Questo Malbech che parla in lingua veneta

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Ogni tanto mi capita di ricevere l’invito a far parte delle commissioni di assaggio di qualche concorso enologico. Mi fa piacere che pensino a me, e dunque ringrazio sempre chi mi invita, ma ormai passo la mano tutte volte. Non sono, infatti, un estimatore di questo genere di iniziative. Capisco che per un produttore ricevere una medaglia possa avere qualche ricaduta positiva, tant’è che in molte cantine vedo, appesi alle pareti, i diplomi più disparati. Ma troppi concorsi mi sembrano cose da todos caballeros, perché in genere di premi se ne assegnano troppi. Dunque, faccio attenzione di rado ai bollini d’oro, d’argento o di bronzo appiccicati ai colli delle bottiglie, e solo a quelli di un numero molto ristretto di competizioni vinicole.

Secondo me, i concorsi enologici, così come le commissioni di assaggio dei vini a denominazione di origine, avevano un significato importante agli albori del vino moderno, quand’era necessario indirizzare il consumatore verso i prodotti di qualità, stante che di vini ne esistevano parecchi di non molto apprezzabili. In Italia, credo che il primo a essere riconosciuto dal Ministero delle politiche agricole sia stato il Concorso enologico nazionale di Pramaggiore, nel Veneziano. Venne istituito nel 1961, e dunque quando il sistema italiano delle doc italiane era ancora in gestazione, in prosecuzione di quella Mostra nazionale Vini che si organizzava già dal 1947 in occasione della locale Fiera campionaria dei Vini.

Nel 1975, a Pramaggiore ricevette la medaglia d’oro per un suo nuovo vino la cantina Paladin, che aveva da poco trasferito la sede ad Annone Veneto, altra località veneziana, dopo la fondazione originaria a Motta di Livenza, che sta a meno di dieci chilometri, ma è trevigiana. Il vino era un Malbech, scritto con la acca finale. L’aveva voluto Valentino Paladin ed era destinato a diventare una delle etichette imprescindibili dell’azienda, espressione del vitigno malbec, il quale, dopo l’ingresso tardo ottocentesco sul suolo piemontese dall’originaria regione bordolese, si era diffuso nel Nord Est italiano, e oggi è noto, invece, soprattutto per i rossi dell’Argentina, dove mi viene da pensare che possano avercelo portato gli emigranti veneti e friulani.

Quel vino continua a riportare in etichetta il nome Malbech, e in Casa Paladin, che ha tenute anche in Friuli, nel Chianti e in Franciacorta, si è deciso di farne uscire un’edizione dal packaging celebrativo dei cinquant’anni trascorsi da quel concorso che lo pose all’attenzione pubblica. L’annata confezionata per i festeggiamenti è quella del 2020, giacché questo vino lo si fa affinare a lungo prima di immetterlo sul mercato. Normalmente, almeno un anno in botte piccola e sei mesi in legno grande, e poi nel vetro.

Il nome completo è Malbech Gli Aceri ed esce sotto l’indicazione geografica del Veneto. Che si tratti di un rosso profondamente veneto, e anzi di un rosso veneto di pianura, a prescindere dal vitigno, lo riconosci immediatamente, fin dal primo assaggio, per l’indomità acidità che ti si presenta al palato e che lo fa perfettamente gastronomico, sicché lo puoi mettere su un piatto di carne o di pesce col solo accorgimento di variare di un po’ la temperatura di servizio; figuratevi che io l’ho bevuto intorno ai sedici gradi su un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino e ci stava benissimo, al punto che me ne sono versato due calici, nonostante il caldo estivo e l’alcol al quattordici per cento. Fruttini di siepe, tabacco e terra nera, e perfino un accenno di pepe, caratterizzano il sorso, secchissimo, insieme con una tessitura tannica, che ben sorregge il vino, e ingentilisce la freschezza dinamicissima. Da veneto, lo identifico in pieno come mio corregionale, e dico che forse i vini rossi della pianura veneta li abbiamo snobbati un pochettino troppo, ed è arrivato il momento di riconoscerne il valore.

Veneto Malbech Gli Aceri 2020 Paladin
(91/100)