Ho bevuto il vino in lattina ed era buono

w1neshot_500

Un tema ricorrente del dibattito sul vino è che i giovani ne bevono poco. Sul perché i giovani bevano poco vino ci sono molte opinioni contrastanti, e così pure ci sono ricette diverse su quel che si dovrebbe fare per attrarre l’interesse del mondo giovanile. Del resto, adesso che ci sono i social media, il diritto di tribuna ce l’hanno tutti. Non sono moltissimi, invece, quelli che oltre a parlare, agiscono. Per questo ho partecipato con interesse a un incontro basato sul fare. Il fare specifico è quello di un vino in lattina, anzi due. Il progetto è veronese e si chiama W1neshot, scritto così, col numero 1 al posto della i. Mi sono piaciuti l’idea che c’è dietro, il formato delle lattine e i vini stessi. Del resto, la collega Sissi Baratella, che ha fatto da testimonial al lancio dell’iniziativa, mi aveva garantito che non sarei stato deluso. “È un vino? È una bevanda? È tutto”, mi aveva detto per convincermi ad andare.

L’idea l’ha spiegata Elisa Di Stefano, imprenditrice nel settore audiovisivo, mamma (ci tiene a sottolinearlo) e anche laureata in enologia. È lei che ha lanciato la nuova impresa. “Confrontandomi con mia figlia – dice –, ho cercato di individuare nuovi modi per bere vino, per creare convivialità attorno a questa bevanda“. Da qui la decisione di proporre dei vini freschi e profumati, con una gradazione abbastanza contenuta, e di metterli in lattina.

Le lattine sono da duecento millilitri, che equivalgono a due bicchieri di vino serviti al bar. Non richiedono il cavatappi e, volendo, nemmeno il bicchiere. Basta metterle in frigo, strappare la linguetta – clack! – e infilarci la cannuccia, e che nessuno gridi allo scandalo a sentir parlare di vino bevuto con la cannuccia, perché ciascuno è libero di bere come gli pare e piace. I due primi vini – altri ne seguiranno – li ho trovati al di sopra delle aspettative che avevo. Elisa Di Stefano e l’altro enologo Enrico Nicolis, anch’egli veronese, hanno fatto un bel lavoro. Si tratta di un bianco e di un rosé, tutti e due frizzantini, gassificati con l’anidride carbonica. Il bianco può ricordare un Sauvignon, col frutto del sambuco, la vena citrina spiccata e il frutto tropicale; il rosé è un bel rosé, assai meno aromatico del bianco, ma con l’arancia, il mandarino e i fruttini rossi. La frizzantezza è integrata bene, il palato non pizzica e gli zuccheri residui, che ci sono e ci stanno, visto il target a cui si rivolgono i vini, rendono il sorso quasi cremoso. Ammetto che li ho bevuti volentieri anch’io, che pure appartengo a un target parecchio diverso anagraficamente.

Li ho provati entrambi in sei maniere: nel bicchiere da vino, come fossero un qualunque vino; nel tumbler coi cubetti di ghiaccio; sempre nel tumbler, ma con l’aggiunta di una fettina di limone; nei due bicchieri, allungati con l’acqua gassata; direttamente dalla lattine per mezzo della cannuccia; accompagnati a un’insalata di polpo. Nel bicchiere da vino, liscio, ho preferito il bianco. Nel tumbler col ghiaccio prevaleva il rosé. Mettendoci il limone, ancora rosé. Allungati con l’acqua andavano benissimo entrambi. Con la cannuccia, il bianco. Col polpo, il rosé con ghiaccio e limone. Prova superata.

Ho solo due dubbi. Il primo riguarda il tenore alcolico. È vero che non sono alcolicissimi, ma i dieci gradi con cui si presentano non sono esattamente pochi. Adesso che si fa un gran parlare di low alcohol, chissà se sono abbastanza low. In ogni caso, sono low calory, dato che hanno 67 calorie per cento millilitri. Il secondo dubbio concerne il prezzo. Ho il timore che per fare dei vini così ci siano  costi di produzione abbastanza consistenti, e dunque attendo di sapere il prezzo definitivo; mi parlavano, per ora, di sei euro a lattina al dettaglio. Se il prezzo finale si mostrasse centrato, non mi stupirebbe che i W1neshot avessero successo. Potrei comprarli anch’io, fosse anche solo per il gusto di stupire la gente.