Questa la scrivo ma non sono sicura di volerla condividere. Fa parte di quei ricordi preziosi che danno l’impressione di essere troppo intimi per finire online. Però sono curiosa. La zia Margherita, zia di mio padre, che sono solita chiamare vice mamma per l’importanza che ha avuto nel mio percorso di vita, mi aveva insegnato a pronunciare una frase particolare durante i festeggiamenti. È chiara e nitida l’immagine che ho di quei momenti. La tavola imbandita, la tovaglia ricamata, i piatti di Richard Ginori, i bicchieri di cristallo con mille sfaccettature e varie misure, la sala da pranzo con i mobili di legno che il babbo della zia aveva realizzato a mano, il pavimento di marmo nero, i quadri alle pareti. Tutto ciò su cui si posava il mio sguardo rimandava una sola cosa: bellezza. E quando arrivava la torta con le candeline – mi viene tuttora l’acquolina in bocca se penso al dolce di ricotta e uvetta che la zia preparava per me – era il momento di aprire lo spumante e fare il nostro brindisi ufficiale: “Portiamo il bicchiere al cielo, portiamo il bicchiere al cuore… e giù nel pozzo”! Era divertente, cavolo! Mi piaceva un sacco! Questo movimento di innalzare il bicchiere al cielo, poi avvicinarlo al cuore e poi, finalmente, bere. Era un vero, indimenticabile, rituale. E qui nasce la curiosità. Era una cosa di famiglia oppure, in qualche parte del mondo, esiste?


