Noto come “le Marquis”, il marchese, Alain Coudert è in realtà poco conosciuto rispetto ad altri blasonati vigneron del Beaujolais. Non ho idea se derivi da una scelta personale di riservatezza o se dipenda dalle circostanze che talvolta assumono un’aria di mistero.
Le sue vigne si trovano nella aoc Fleurie, uno dei dieci cru del Beaujolais e uno dei miei preferiti. Curiosa la storia della proprietà che all’inizio del ‘900 era inglobata nel più prestigioso cru Moulin à Vent. Con la nascita successiva di Fleurie, avviene una poco condivisa riclassificazione dei vigneti, e quelli della famiglia Crozet passano sotto la denominazione Fleurie. Viene allora creato il marchio Clos de La Roilette, che in etichetta ha dimensioni tali da oscurare l’appartenenza al cru Fleurie. La famiglia Coudert acquista la proprietà a metà degli anni ’60, trovando le vigne in stato pietoso. Negli anni e a prezzo di grandi sforzi, la cantina si è affermata come una delle più interessanti della regione.
Se dovessi definire il Fleurie del Clos de la Roilette parlerei di tradizione e di austerità. È una bottiglia che ignora la modernità, intesa con tutto quel corollario di orpelli e di attributi tecnologici che fortunatamente in molti stanno abbandonando. Direi che il produttore si è messo al servizio del terroir, facendo un passo indietro, limitandosi ad accompagnare il vino senza volerlo dominare.
Questa austerità di partenza è il motivo per il quale questo Fleurie decenne è in realtà di una insolente giovinezza. La lentezza caratterizza il naso, che ha bisogno di un calice largo e di tanta tranquillità. Colpisce subito una nota decisa di ferro, che diventa coi minuti più erbacea, fino a trasformarsi in liquore di erbe e liquirizia. La frutta tradisce un po’ l’età ed è sotto spirito, accanto a violetta e sottobosco. L’impressione è di bere un bel Borgogna di qualche anno di età, con un tannino risolto e una delicatezza nel tocco che difficilmente oggi si riscontra in molti vini dal prezzo decisamente repellente (per noi consumatori) e più costruiti per i mercati che se li possono permettere che per un pubblico di veri appassionati.
Non è solo il fatto che un Fleurie te lo puoi comprare, ma credo andrebbe spiegato perché così tanti vini di Borgogna sono ancora tanto alcolici e tannici, pieni di legno e poco rappresentativi dei loro terroir. Alla faccia delle sfumature di ciascun vigneto. Vi sfido a trovarle sotto quella coltre di rovere e tannino. Ancora una volta vi esorto ad andare incontro ai migliori produttori del Beaujolais, non ve ne pentirete.
Fleurie 2015 Clos de la Roilette
(93/100)


