C’è un nome sardo per la macchia mediterranea?

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Gabriele D’Annunzio non beveva molto vino. Per un periodo della sua vita fu pressoché astemio. Però una volta che era in Sardegna, a Oliena, conobbe un vino rosso che gli restò impresso, un cannonau. Lo chiamò Nepente, nome composto dal greco “ne”, non, e dall’altro greco “penthos”, tristezza. Insomma, un vino che toglie la malinconia. “Non conoscete il Nepente d’Oliena neppure per fama? Ahi, lasso!”, scrisse più tardi nella prefazione della “Guida spirituale alle osterie italiane” di Hans Barth. 

D’Annunzio era un copy straordinario. Inventò dei brand di successo. A un grande negozio di abbigliamento di Milano diede nome La Rinascente per simboleggiarne il riavvio con una nuova gestione, un liquore dal gusto di mandorle lo chiamò Amaretto di Saronno, il cherry-brandy della Luxardò diventò il Sangue Morlacco, i sandwich li ribattezzò tramezzini (sì, è un’invenzione sua). Dico questo perché i sardi dovrebbero incominciare a utilizzare un descrittore in lingua locale per i loro vini rossi fatti con l’uva del cannonau. Intendo quei vini che non siano oggetto di eccessi enologici che li rendono marmellatosi e levigati dalla vaniglia della barrique. Quelli più autentici, insomma. Ebbene, quei vini lì sanno tutti, quale più, quale meno, di macchia mediterranea, ma di una macchia mediterranea particolare come quella sarda, che ha in sè, forte, il richiamo del mirto (la foglia, la bacca o entrambi). Parlare genericamente di macchia mediterranea non basta per spiegare il profumo particolare dei rossi fatti col cannonau. I francesi la loro macchia mediterranea la chiamano garrigue, e quando senti parlare di garrigue con la mente sei già in Provenza o nella Linguadoca. Ci sarà pure un nome sardo che identifica la macchia di mirto. Se non ci fosse, lo si inventi.

Ci pensavo mentre assaggiavo i vini di una cantina sarda che fa il Nepente di Oliena, sottozona del Cannonau di Sardegna. La cantina si chiama Iolei, è nata solo una decina di anni fa (il primo imbottigliamento, quello dell’annata 2015, fu appena di duecento – dicesi duecento – bottiglie; oggi sono in tutto sessantamila), ma ha già avuto, quest’anno, i tre bicchieri del Gambero Rosso con il suo Hòspes, un Nepente di Oliena Riserva del 2022. Di Iolei ho assaggiato quattro vini rossi, tutti fatti col cannonau, tutti profumati di erbe mediterranee e di mirto. Che ci sia un’analogia con i rossi del Sud della Francia è più che logico. Il cannonau è la medesima uva che coltivano i francesi col nome di grenache, e dà vini che sanno di karkadè e della macchia mediterranea che chiamano garrigue. I vini fatti col cannonau sanno di karkadè e di una macchia mediterranea che è tipicamente sarda, perché insieme ai profumi di ginepro, di elicriso, di ginestra, di lavanda e soprattutto di rosmarino, include, forte, l’aroma del mirto.

I vini di Iolei sono tutti privi di eccessi, già a cominciare dal colore, che è delicato, perché questo è il marchio del grenache e perché questa è anche la volontà di Antonio Puddu, proprietario della cantina (è lui quell’Io col quale inizia il marchio aziendale, mentre il Lei è la vigna), e della sua famiglia (la moglie Simona, le sorelle Chiara e Sara, mamma Luisella e papà Salvatore; Sara, la “piccola” di casa, si è laureata in viticoltura e enologia e ha portato dell’altro spirito sperimentale). Sta di fatto che l’afrore di macchia si sprigiona subito quando quei vini li versi nel bicchiere, e puoi perfino trovarti spiazzato da quell’inattesa vegetalità che d’immediato sovrasta il frutto. Lasciagli qualche minuto e i profumi trovano il loro equilibrio. Se avessi modo di berli di nuovo, prima li farei passare qualche minuto nel decanter. Il decanter serve proprio a riassestare i profumi, mica ad ammazzarci dentro i vini vecchi, come pretenderebbero certuni.

Sono inoltre, i vini di Iolei, così sferzanti di acidità da tenere agevolmente a bada la presenza alcolica, che sui vini rossi della Sardegna è una componente inevitabile, e infatti i quattordici gradi si raggiungono come niente fosse. Ma l’alcol, qui, non brucia affatto, e il sorso sembra scendere quasi leggero. Si riesce ad avere quest’equilibrio ritardando il più possibile le potature, in modo da portare in là il ciclo vegetativo della vigna. Oppure si fanno nuovi impianti a doppio alberello ramificato, per ombreggiare i frutti. Sono risposte agronomiche al cambiamento climatico, e anche un modo per salvarsi dalle gelate tardive. Ma è soprattutto una maniera per favorire la bevibilità del vino che se ne ricava, e di svecchiare, al contempo, l’idea del Cannonau. Da quel che ho avuto nel bicchiere, mi pare che sia stato fatto un ottimo lavoro. Quanto all’acidità, quella è favorita dalle escursioni termiche, che sono consistenti, ed esaltata dal vento. “A volte – dice Antonio – di giorno ci sono 35-40 gradi e di notte 15”. Non c’è dubbio che ne guadagni la bevibilità. Poi, in cantina, si fa un uso scarso del legno. Si adoperano l’acciaio, il tulipano di cemento, l’anfora. Anche questo per motivi stilistici, per preservare l’anima del luogo e del vitigno.

Adesso i vini assaggiati, in ordine di assaggio.

Cannonau di Sardegna Iolei 2023 Iolei. L’unico fatto con le uve fuori dal territorio di Oliena. Il fruttino, il karkadè, la macchia mediterranea. Acidità sferzante. Tutto acciaio. (88/100)

Nepente di Oliena Cannonau di Sardegna Vostè 2024 Iolei. Serve tanta pazienza per aspettare il frutto. Prima c’è soprattutto vegetalità, ed è anche rustico e acidissimo. Poi si concede. Fruttino, garriga e fior d’ibisco. Vinificazione nel cemento. (88/100)

Nepente di Oliena Cannonau di Sardegna Liju 2024 Iolei. Il più strutturato di tutti, ma anche il più evoluto, aperto con decisione verso la mora e l’amarena. Bacche di mirto in infusione. Cremoso. Acciaio e poi cemento ovoidale. (85/100)

Nepente di Oliena Riserva Cannonau di Sardegna Hospes 2022 Iolei. Un tripudio di flora mediterranea, di foglie aromatiche secche, di sottobosco estivo. Poi mora, ciliegia in composta, bacca di mirto, liquirizia dolce. Tracce di vermouth. Profumo di artemisia. Dinamico ed elegante. Tonneau da settecento litri. (92/100)