Ormai da qualche anno mi sto interessando in modo sempre più approfondito all’alimentazione e al benessere fisico, non solo a quello energetico. D’altronde siamo energia nella materia e le due dimensioni sono imprescindibili. Mi ha incuriosito molto il mondo dei fermentati, che ho sempre consumato ma non avevo mai pensato di preparare in casa, e la kombucha, una bevanda che non ho mai avuto occasione di assaggiare. La curiosità si è comunque fermata ai libri perché, fra i tanti progetti che sto seguendo, non ho concesso nuovi spazi. Domenica, però, dopo ben dieci anni dall’ultima volta che siamo state insieme, sono andata a pranzo dalla mia compagna di università, erborista, e c’era anche sua sorella, nutrizionista. Inutile dire che non è bastata una giornata per raccontarcele tutte. Non so chi delle tre abbia iniziato il discorso ma so che quando ci siamo salutate avevo in borsa un vasetto di carote e uno di cavolo cappuccio fermentati, una bottiglia di kombucha e, rullo di tamburi… lo SCOBY! SCOBY è l’acronimo di Symbiotic Culture Of Bacteria and Yeast che tradotto significa Coltura Simbiotica di Batteri e Lieviti. L’aspetto è simile alla madre per fare l’aceto ma ci sono alcune differenze sostanziali. La madre dell’aceto è composta principalmente da batteri acetici che trasformano l’alcol in acido acetico. Lo SCOBY contiene sia batteri sia lieviti che lavorano insieme. I lieviti trasformano gli zuccheri in alcol e anidride carbonica. I batteri trasformano poi parte dell’alcol in acidi organici responsabili del gusto fresco e acidulo della kombucha. Da due giorni sto vagando per casa alla ricerca di uno spazio per accogliere i nuovi vasi da tre litri della mia prossima produzione. La felicità fermenta!


