Il Soracuna è il mio vino, pazienza per chi non capisce

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Il fatto che mi occupi di vino da quasi quarant’anni non significa che mi trovi sempre in totale sintonia col mondo che gli si muove attorno, afflitto com’è dalle maldicenze, dalle ipocrisie, dalla malignità e dalla malafede; quanto all’irriconoscenza, quella è comune a tutte le vicende umane, per cui è del tutto inutile prestarci attenzione. Per quest’ordine di motivi, mi sono riconosciuto con i pensieri che Valentina Di Camillo, la vignaiola abruzzese della Tenuta I Fauri, affidò a Facebook nei primi giorni d’aprile e che mi permetto di riportare qui. “Ho la sensazione – scrisse – che in questo assurdo mondo del vino noi piccoli produttori ci siamo ridotti a una sterile gara. Uno contro l’altro. Una folle competizione a chi è più bravo, più naturale, più sostenibile. A chi usa meno solfiti, a chi fa più da sé, a chi è più felice, più internazionale, più ‘giusto’. Ma sotto sotto, spesso, temo che il sentimento sia tutt’altro. Io per esempio sono stanca, spaventata, a tratti inadeguata. Forse dovremmo trovare il coraggio di dircelo. E tornare a guardarci con più verità. Più umanità, più complicità. E più gentilezza”.

A riconciliarmi col mondo del vino sono parole come queste di Valentina, oppure certi vini capaci di ritemprarmi grazie all’energia che portano con sé: un buon bicchiere di vino è di grande conforto. Uno di questi vini benedetti me lo sono goduto, a larghi sorsi, qualche giorno prima del Vinitaly, un pomeriggio che mi aveva preso il magone. Il vino è il Soracuna del 2023, il Bardolino di Villa Calicantus che ho menzionato anche nel mio libro degli “Esercizi spirituali per bevitori di vino”, definendolo con queste parole: “Come nei versi di Franco Battiato: «Perché mi piace ciò che pensi e che dici / Perché in te vedo le mie radici»”. È il vino, infatti, che mi ricorda le origini bardolinesi della mia famiglia, e mi rammenta il rosso che faceva mio nonno molti anni fa, quand’ero un bimbo, sulle colline di Bardolino, senza però i difetti inscritti nei vini di mio nonno.

Il Soracuna è un vino vitale, gustoso, amicale. È luminoso e e territoriale, e se volete rendervene conto andate in vigneto in un giorno di luce e di vento, quando l’aria è tersa e il cielo è sfolgorante, e il lago di Garda, là in fondo, sembra fatto di carta stagnola, e dal monte Baldo, alle spalle, soffia un’aria birichina che mette allegria.

Il Soracuna è l’esempio di quel che mi aspetto da un vino.

Il Soracuna è il mio vino.

Per fortuna, non l’unico.

(Quel che un po’ mi dispiace è che per quest’annata Daniele Delaini non abbia rivedicato la sottozona, che sarebbe La Rocca. Ma in questo genere di scelte non voglio metter bocca: avrà avuto i motivi suoi. A me basta che il vino sia buono. Infatti, è molto buono.)

(Non ho bevuto un vino di Valentina, quando ho letto la sua riflessione, solo perché non ne avevo a portata di mano, e anche di un suo vino, il Pecorino, si trova menzione nel mio libro, con queste parole: “Si può essere grandi pur essendo semplici; anzi, la forza dei grandi molte volte sta nella semplicità”.)

Bardolino Soracuna 2023 Villa Calicantus
(96/100)