Il vino dealcolato fa parlare, ma poi?

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Alla fine ho rinunciato. A Vinitaly mi ero ripromesso di trovare qualche minuto da dedicare ai vini dealcolati, ma ho ritenuto che non fosse profittevole provarli mentre ero concentrato sul vino tradizionale, perché avrei rischiato, dal confronto, di trarne un’impressione viziata. Si tratta, infatti, di due categorie diverse, che come tali vanno considerate.

Comprendo di poter dare corda, con queste parole, a chi insiste che non si dovevano neppure chiamare vino, ma costoro se ne devono fare una ragione: così ha deciso la legge, e così pertanto è, cosicché stare a discuterne ancora è tempo sprecato. C’è anche chi dice che non li berrà mai; probabilmente non li berrò neanch’io, perché non la trovo una categoria che mi stuzzichi, così come non sono interessato alle creme spalmabili o ai piatti pronti. Mica per forza dobbiamo farci piacere tutto, e comunque nessuno è obbligato a berli, se non gli va.

Semmai proverò, per curiosità, quando la tecnologia avrà fatto dei altri passi avanti, e dunque le bevande potenzialmente saranno più convincenti di come me le hanno raccontate i colleghi che le hanno assaggiate. Potrebbe accadere quel che è successo con le birre analcoliche, le cui prime espressioni non erano magari entusiasmanti, ma delle quali, da un po’ di tempo a questa parte, ci sono in giro versioni interessanti, fatte non solo dalle grandi aziende, ma anche dai produttori artigianali. Peraltro, pur avendo sostenuto che in effetti la dealcolizzazione potrebbe costituire una via di salvezza per tutte quelle vigne eccedentarie che abbiamo piantato in Italia, e dunque per garantire comunque un reddito ai viticoltori delle aree che non possiedono sufficiente mercato, e pur conoscendo i numeri e i fatturati crescenti espressi dai pionieri del dealcolato, di giorno in giorno mi faccio più dubbioso sul loro futuro, di là del momentaneo successo che possono avere sull’onda della novità.

Mi conferma nei dubbi quant’ho letto sulla bacheca LinkedIn di Antonio Romeo, export manager della Perlino, azienda storica del beverage piemontese, che fattura più di 50 milioni di euro l’anno e ha in gamma molte tipologie di prodotto, inclusi alcuni a bassa gradazione alcolica. Nel tracciare un breve consuntivo in lingua inglese della presenza alla fiera veronese, Romeo ha evidenziato come i prodotti che gli sono stati più richiesti siano gli spumanti e i vermouth, insieme ai liquori tradizionali italiani, ai cocktail, appunto, a basso grado alcolico a base di moscato e alle opzioni pronte da bere come, lo Spritz, l’Hugo e il Limoncello Spritz. Annota poi come rimanga costante la domanda di alternative a bassa gradazione alcolica e analcoliche e tuttavia – traduco –, il vero interesse si sta orientando verso cocktail analcolici e liquori imitati piuttosto che verso i vini dealcolati, nonostante tutto il clamore suscitato“.

Ho anch’io la medesima impressione. Parlare, di vino dealcolato se ne parla tanto, ma bisogna vedere se il chiacchiericcio si traduce davvero in volumi e in fatturato e se i volumi e i ricavi potranno continuare a crescere o quanto meno a stabilizzarsi, sulla qual cosa manifesto delle perplessità, seppure sia pronto a ricredermi. Del resto, non credevo neppure alle bevande che imitano i superalcolici, ma a Vinitaly ho provato, miscelati, un gin e un limoncello senz’alcol che mi sono sembrati niente male.