Social, come ti museifico il vino

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Ho trovato di molto interesse quel che ha scritto Emanuela Marchiafava su Il Post. Titolo: “Prendiamo il vino troppo sul serio“. Questo l’incipit, che già da solo vale una riflessione: “La Social Media Week che si è svolta a Milano dal 6 al 10 giugno ha dedicato molto spazio al tema del vino. Dai confronti tra piccoli e grandi produttori, consorzi, blogger, giornalisti, scrittori, cuochi, ristoratori, creativi e PR ho capito una cosa: in Italia abbiamo paura del vino (lato social, mica quando dobbiamo stapparlo)”.
Ma nel pezzo c’è un ulteriore passaggio da sottolineare, questo: “Col vino invece temiamo di fare la figura di chi non ci capisce un tubo; invece di raccontare quanto è buono quello che stiamo bevendo, fotografiamo la bottiglia prima ancora di stapparla, senza recensirla o quasi”.Ecco, è una domanda che mi pongo da tempo proprio vedendo le decine, centinaia, migliaia di etichette pubblicate senza una parola di commento (neppure un “buono”, un “mi piace”) su Facebook, Twitter, Instagram e chi più ne ha più ne metta. La domanda è questa: stiamo museificando il vino?
In giro c’è il feticismo dell’etichetta da esporre in bacheca, come certi antiquati musei – ormai privi di visitatori – che espongono appunto quasi feticisticamente un vaso, un busto, un gioiello sotto una teca di vetro. Come dire che tu esisti e fai parte dell’élite dei #winelover (quai a non scrivere winelover con il cancelletto davanti, eh?) solo se esponi quante più etichette di prestigio ti siano capitate fra le mani. Senza dirci sopra una parola. Quasi nessuno si prende la briga di dire se quel vino l’ha bevuto, apprezzato, goduto, compreso. L’importante è far capire che l’ha posseduto. E a me che sfoglio la mia bacheca social e ci trovo sopra tutte queste foto mute, che informazione mi danno quelle foto? Nessuna, ovvio, e anzi mi arrecano qualche disturbo.
I social stanno dunque museificando il vino?
Non fa bene al vino questa cosa, no davvero.


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