Serve una (vera) narrativa del vino

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La riflessione di Andrew Jefford sulla “scrittura del vino” nella sua rubrica del lunedì su Decanter (quello del 31 agosto) fa tremare i polsi. O quanto meno lo dovrebbe fare. A chi? Soprattutto a chi scrive di vino. Perché il problema sollevato è se la maniera in cui oggi si scrive di vino sia davvero ancora efficace. E la risposta è chiara: no.
Il tutto nasce da un recente articolo di Bianca Bosker per il New Yorker. Il titolo di quel pezzo, del resto, era molto chiaro: “Is There a Better Way to Talk About Wine?”, c’è una maniera migliore per parlare di vino? Scriveva, la Bosker, che pare che oggi certe recensioni siano fatte con una sorta di “linguaggio stravagante”, Insomma, c’è in giro “una sorta di inflazione di aggettivi, per cui le recensioni si stanno facendo sempre più barocche”.
Vero. Del resto, però, osserva Jefford, le mere valutazioni in centesimi non riescono a rendere adeguatamente “il mistero della complessità del vino”. E questa complessità “dobbiamo provare a renderla verbalmente, in una maniera o nell’altra: la semplice quantificazione numerica non lo farà mai”. Per cui “words must be involved”, bisogna tirare in ballo le parole.
Il problema è: come?
Chi ha provato a “codificare” in forma accademica la maniera di descrivere i vini alla fine s’è trovato a fare i conti con “descrizioni tediose, ripetitive e soporifere”. Serve dunque un’altra modalità.
Allora, ecco la riflessione di Andrew Jefford, quella che fa tremare i polsi, ut supra.
Dice: “The writing of descriptive (as opposed to academic) wine notes is a specialized form of wine entertainment, and is quickly seen as such by users. No one takes them literally”. Insomma: la scrittura di schede descrittive del vino (che si oppone a quella accademica) è una forma specializzata di intrattenimento relativa al vino. Nessuno le prende in forma letterale”. E ciascuno, nel leggerle, ci aggiunge poi un po’ della sua personale esperienza.
Il che pone un grattacapo ulteriore, ed è come arrivare a scrivere in questa maniera.
Bene, Jefford dà tre indicazioni riguardo alla “abilità” che dovrebbe avere chi scrive di vino.
La prima è saper assaggiare. Certo, Robert Parker ha dato praticamente solo punteggi ai vini, ma poi i suoi lettori compravano quei vini e dicevano “damn it, the guy was right”, accidenti, il ragazzo ci ha preso. Ecco, serve saper beccare i vini giusti e valutarli bene.
La seconda capacità è quella di “comunicare entusiasmo”. Deve funzionare così: “You read the note; you want to try the wine”, leggi la nota e vuoi provare il vino. Mica facile, ammettiamolo.
La terza attitudine è quella di possedere una “genuina attitudine letteraria”. Prima di essere un wine writer, insomma, bisogna essere un writer. Prima di scrivere di vino bisogna saper scrivere. Occorre una specie di poetica del vino, tenendo peraltro conto – lo dice Andrew Jefford – che “anche la poesia che viene pubblicata può essere cattiva poesia”.
Sono cavoli amari, lasciatemelo dire.


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