Oh, sì che c’è il terroir di Radda in Chianti

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Il comune di Radda in Chianti fa all’incirca milleseicento abitanti e ottanta chilometri quadrati di terre a un’altitudine che va grosso modo dai trecento agli ottocento metri sul livello del mare. Il che significa che c’è un sacco di verde e che c’è un bel po’ di saliscendi. Infatti, ci sono boschi e boschi e ancora boschi e poi curve tra i boschi e salite tra i boschi e muretti a secco e strade bianche e qui e là qualche vigna. Qualche signora vigna, anzi, ché qui si fa Chianti Classico, ed è un bel fare.

Non l’ho di certo voluta fare per senso letterario quest’introduzione, bensì per significare che la zona è selvatica e me la sono in parte goduta, questa sua indole un po’ selvaggia e silente, correndoci (a piedi) un paio d’ore la mattina presto e annusando l’aria e guardandomi attorno, e ho sentito odori di muschi e di erbe officinali e di sottobosco e ho visto querce e poi licheni che invadono i rami delle querce e ginestre ovunque.

L’ho fatto per cercare di capire.

Per provare a comprendere, intendo, i vini che avevo assaggiato la sera prima. I vini dei Vignaioli di Radda, che è un’associazione un po’ anomala, perché non ha statuto, non ha cariche elettive, non ha manfrine burocratico-politiche, ma mi pare che funzioni (e tecnicamente – annoto – è comunque un’associazione, visto che non serve per forza la forma scritta per costituirne una e basta dunque un accordo orale, e qui di accordo ne ho visto, ché tutti gli associati si danno una mano).

Ora, i vini di questi Vignaioli raddesi non sono mica tutti uguali, grazie al cielo, ma quando assaggio bottiglie che vengono da uno stesso ambito territoriale e da medesime uve, mi ci provo a trovare un filo conduttore. Tento insomma di capire se via sia una qualche forma identitaria, e per far questo è utile andare all’essenzialità organolettica e anche, se possibile, alla verifica successiva del fatto che quell’essenzialità trovi un qualche riscontro nel contesto territoriale. Ecco perché ci ho voluto andare a correre per un paio d’ore, tra quei boschi e quelle vigne.

I vini che più mi son piaciuto tra i Chianti Classico di quest’interpreti di Radda sono quelli che hanno carattere rugginoso e substrato di sottobosco e vi emergono improvvise memorie di fiori e di erbe e freschezza dinamica. Ne ho trovati parecchi, l’assoluta e larga maggioranza, che hanno quest’indole, e che posso dunque ritenere identitaria e che sembra una sequenza d’istantanee scattate tra quei boschi, su quei saliscendi. Se posso scomodare un concetto quasi filosofico com’è quello del terroir, direi che sì, esiste un esplicito terroir di Radda. Se questo è il terroir di Radda, mi piace, parecchio.

Ora voglio scrivere qui di seguito i Chianti Classico raddesi che meglio m’hanno impressionato tra la cinquantina di vini assaggiati di ventitré produttori. Non mi ci dilungo a descriverli, perché molto li voglio riprendere singolarmente. Intanto è un elenco di bottiglie che acquisterei tutte d’impulso (e che in parte ho già anche acquistato).

  • Chianti Classico Riserva Levigne 2014 Istine (94/100)
  • Chianti Classico Vigna Casanova dell’Aia 2015 Istine (94/100)
  • Chianti Classico 2016 Monteraponi (94/100)
  • Chianti Classico Riserva 2011 Fattoria di Monte Maggio (93/100)
  • Chianti Classico Riserva Il Campitello 2015 Monteraponi (92/100)
  • Chianti Classico Colle Bereto 2015 Colle Bereto (90+/100)
  • Chianti Classico Riserva Colle Bereto 2013 Colle Bereto (90/100)
  • Chianti Classico 2015 Podere Capaccia (90/100)
  • Chianti Classico 2015 Podere L’Aja (90/100)
  • Chianti Classico Riserva 2014 Castello di Radda (89/100)
  • Chianti Classico Gran Selezione Odoardo Beccari 2014 Vignavecchia (89/100)
  • Chianti Classico Riserva Doccio a Matteo 2015 Caparsa (88+/100)
  • Chianti Classico 2016 Istine (88+/100)
  • Chianti Classico Riserva Lodolaio 2014 Castelvecchi (88/100)
  • Chianti Classico Barlettaio 2014 Il Barlettaio (88/100)

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