Niente frontiere per i vitigni, ha senso promuoverli?

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Il savagnin? È un’uva che usano nello Jura, piccola area vinicola della Francia. Ma adesso l’hanno piantata – e ci fanno vino – anche nelle Adelaide Hills in Australia e perfino nell’Ontario. Anche il trousseau è una varietà dello Jura, e non si può dire che sia tra le più famose al mondo, però ora la si trova anche nei vigneti dell’Oregon e della California, e ovviamente ci producono vino. L’austriaco (e sudtirolese) Grüner Veltliner? Se ne fa vino addirittura nel Central Otago in Nuova Zelanda e dalle parti della Okanagan Valley, che sta nella British Columbia, in Canada.

Insomma, non ci sono più confini per i vitigni, neanche quelli più “di nicchia”. Ormai si mettono a dimora un po’ ovunque in giro per il mondo, e intestardirsi a puntare sulla promozione della varietà non pare la miglior scelta possibile. L’identità passa per il territorio (che non è ripetibile altrove), non per il vitigno (che è ripetibile, perché ripiantabile). L’ho già scritto qualche tempo fa, quando Michaela Morris recensì su Decanter i vini australiani fatti con uve “italiane”. Lo ripeto ora che sulla rivista canadese Quench ho visto scrivere, appunto, delle vigne di savagnin, trousseau, veltliner e cinsault, tutte francesi, piantate qui e là nei “nuovi mondi” della viticoltura, anche in questo caso con opportune etichette selezionate dal magazine.


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