L’Italia e la Francia, l’opinione di Giovanni Arcari

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Dicevo qualche giorno fa che in fatto di vino noi italiani siamo indietro anni luce rispetto ai francesi. Quel che ci manca è il credere che possa esistere un’identità di un vino e di un territorio vinicolo. Noi guardiamo al mercato e il vino lo facciamo come vuole il mercato in quel preciso momento.
Sul tema mi ha scritto Giovanni Arcari.
Giovanni fa vino e aiuta altri produttori a fare vino. Insieme col suo socio, Nico Danesi. Fanno vino sotto l’insegna di Arcari+Danesi. Hanno anche ideato un metodo per fare il Franciacorta “solo uva”, senza aggiungere zuccheri per la rifermentazione in bottiglia. Insomma, sperimentatori. I due però hanno caratteri diversi. Giovanni è espansivo e a tratti perfino impulsivo, Nico è taciturno e riflessivo. Ovvio che a scrivere dei due sia Giovanni, che ha anche un suo blog, TerraUomoCielo.
Ora, Giovanni mi ha detto che voleva tracciare un commento al mio articolo ma poi la tastiera ha avuto il sopravvento e una parola ha tirato l’altra. Così mi ha scritto una mail, dicendomi di farne quel che voglio. Bene, quel che voglio è pubblicarla qui di seguito, perché altri possano leggere le sue riflessioni.
Eccola.

“Ciao Angelo,
La penso esattamente come te, anni luce. Rugbysticamente è sempre Nuova Zelanda-Italia. Deve crescere la nostra cultura del gioco come quella del singolo individuo affinché in campo ci sia una squadra e non 15 giocatori. La squadra che sa essere tale vince sempre, se non nel punteggio certamente nello spettacolo e il successo determina la cultura di un popolo (anche di coloro che non giocano a rugby ma che sono fondamentali per lo stesso) in una determinata area geografica che diventa territorio. Ho dedicato tempo e ancora mi ci metto nel cercare di scoprire come i francesi abbiano fatto.
Hai ragione anche quando dici che gli italiani si muovono in base al mercato. Il fare vino in Italia ha trent’anni e sono stati i più veloci di sempre. Una cultura oggi puoi provare a cambiarla ma partendo da una leva economica, che oggi è l’unica cosa capace di mutare le idee alle persone.
A questo punto si può provare a usarla a vantaggio del territorio per diventarlo davvero.
Negli ultimi anni abbiamo preso 5 ettari di vigna in un territorio che sta scomparendo. Fare grandi rossi con 100 quintali-ettaro a disciplinare per me è un’impresa titatinica. Oggi sono rimasti meno di 30 ettari e una manciata di produttori per un consumo prettamente locale. Evidentemente gli affari non sono andati a gonfie vele per tutti.
Per evitare di rimanere l’unico tra vent’anni, non posso andare da questi e dire di abbassare le rese (sempre a disciplinare), perché mi farebbero fuori in un secondo.
Provo l’alternativa, guardo al mercato e non necessariamente quello interno e cerco di sviluppare un’alternativa intelligente affinché tra 20 anni ce ne siano 60 di ettari e un’economia agricola invece che metallurgica.
Magari dopo 200 anni l’uomo s’impossesserà misteriosamente dell’intelligenza, bonificherà le cazzate fatte successivamente al 1945 – con la speranza che si fermino nel 2017 – e vivrà benissimo grazie alla terra. Ecco perché il governo di un territorio non può essere determinato dai soliti quattro o cinque che producono più vino: l’uomo vive con la terra perché ne è reale cultura e il successo economico una naturale conseguenza.
Il vino non può prescindere dalla lungimiranza e i territori che noi credevamo immortali solo vent’anni orsono, fatti di tre cose copiate ai francesi, si stanno spegnendo e sono lucide testimonianza che qualcosa di sbagliato c’è.
Oggi bisogna utilizzare l’economia per migliorare la vita di tutti e farne cultura nelle generazioni future se vogliamo davvero avere un futuro. È la nostra più grande occasione.
Un abbraccio”.
Giovanni Arcari


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1 comment

  1. Franco Ziliani Rispondi

    come sempre Giovanni Arcari dice cose intelligenti, pensate, mai banali, e totalmente condivisibili… E non lo dico per provare di arruffianarmi un ex amico che io considero ancora tale… 🙂