Per comprendere il vero carattere dei rossi veneti

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Chi volesse comprendere il carattere saliente dei vini rossi del Veneto dovrebbe berne i vini da taglio bordolese, e lo dico io che credo fermamente nell’eleganza di un’uva autoctona come la corvina veronese. Però la corvina, per capirla appieno, ha bisogno che prima si comprenda la “veneticità” dei rossi di questa regione, e la via della comprensione, per chi non è del luogo, passa attraverso i rossi tratti dai cabernet e dal merlot.

Ci riflettevo bevendo con il mio massimo piacere una bottiglia radiosa del Capo di Stato ’97 del conte Loredan Gasparini, ottenuta dalle vigne di Venegazzù, sul Montello. Quella del ’97 fu la prima di una serie di vendemmie che in Italia furono ritenute “del secolo”, perché i vini ne uscirono densi e concentrati, come nello stile che in quel tempo si andava affermando, in ossequio ai dettami parkeriani di importazione. Il problema è che a distanza di una ventina d’anni quegli stessi mirabolanti vini si mostrano troppo frequentemente privi di energia e di vitalità, ripiegati su una stanchezza che tradisce la carenza di acidità che ebbe la vendemmia. Il che dovrebbe essere un monito per chi ancora si ostina a illudersi che la pienezza e la corposità siano le prerogative più importanti di un vino.

In alcune aree italiane, tuttavia, il miracolo della quadratura del cerchio riuscì, e la pedemontana veneta fu tra queste zone, perché se c’è un carattere che quel territorio imprime ai vini è proprio l’acidità, la freschezza. Il Capo di Stato del ’97 ne è la dimostrazione. Un rosso solenne eppure dinamico, complesso eppure freschissimo, rotondo eppure squillante, evoluto eppure giovanile, rude eppure lunghissimo, austero eppure succoso.

Eccola qui la prova provata, il Veneto è terra, prima di tutto, di acidità, ed è un’acidità identitaria e dunque riconoscibilissima. Che emerge netta nei “bordolesi veneti” quando vengano confrontati coi rossi bordolesi prodotti in altre regioni e anche con gli “originari” francesi.

Ciò detto, aggiungo che il Capo di Stato è uno dei monumenti del vino italiano, ma incredibilmente meno sulla bocca dei bevitori rispetto ad altri rossi tratti dall’uvaggio bordolese, e soprattutto rispetto ai toscani. Credo che questo dipenda, in primis, da una certa rusticità contadina, non sempre e non a tutti gradita, che hanno certi rossi veneti che sono poco inclini alla riverenza modaiola.

Queste cose me le ha raccontate il Capo di Stato del ’97, e un vino che sa raccontare tutto questo è un fuoriclasse.

Colli Trevigiani Capo di Stato 1997 Conte Loredan Gasparini
(96/100)


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