C’è il vino, ma non ci sono le bottiglie

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La metto giù nera, sperando di essere smentito dai fatti: se andiamo avanti così, per il mondo del vino rischia di arrivare uno dei periodi pià duri che si ricordino, anche se gli ordinativi sono, grazie al cielo, consistenti. Ci sono però tre grossi problemi: le bottiglie di vetro non si trovano, la disponibilità di container è ridotta al lumicino e l’energia e le materie prime stanno subendo incrementi sensibili.

Primo problema, il vetro. Se parlate con un produttore di vino vi racconterà di come in questo momento si faccia una fatica tremenda ad approvigionarsi di bottiglie. Se ne trovano poche, e quando le trovi devi accontentarti di quel che c’è. Durante la fase più acuta della pandemia, la filiera del vetro non è stata considerata prioritaria, così le linee di trasformazione hanno rallentato o si sono fermate. Quando c’è stata la ripresa, la domanda di vetro, anche per serramenti (l’edilizia è ripartita), è stata altissima, ma i magazzini erano sostanzialmente vuoti e la produzione non è riuscita e tuttora non riesce a far fronte alle richieste. Se in cantina ti arriva un ordinativo di vino di una certa importanza, il vino ce l’hai, ma il vetro per confezionarlo no.

Secondo problema, i container. L’economia globale è ripartita e c’è una domanda enorme di container per le esportazioni. Quelli in circolazione non bastano, anche perché pare che ce ne siano molti, pieni di merce, bloccati nei porti per via delle azioni di recupero crediti in corso verso le società che non hanno retto la crisi. Gli ordini export ci sono, ma se riesci a trovare il vetro per imbottigliare il vino, non è detto che tu riesca a trovare anche il container per spedirlo.

Terzo problema, il costo dell’energia e delle materie prime. Credo che l’escalation dei costi energetici sia sotto gli occhi di tutti. Basta andare a fare il pieno al distributore per rendersene conto. Ma l‘aumento del costo dell’energia si trasferisce alle materie prime, ai semilavorati, alla componentistica di ogni genere, ovviamente anche ai prodotti necessari ai lavori agricoli e alla produzione vinicola. Con i contratti di vendita dei vini firmati a determinate cifre, starci dentro diventa sempre più difficile, e nello stesso tempo pretendere di aumentare i listini ti butta fuori dal gioco, perché la concorrenza è enorme. Anche se la 2021 non è stata un’annata molto produttiva in varie realtà, a partire da quella francese, le giacenze erano alte, perché nel 2020 pochi erano stati capaci di stare al passo coi volumi degli anni precedenti.

Aggiungo un quarto problema, che forse è il più serio di tutti. L’aumento dei costi energetici e delle materie prime sta pesando in maniera considerevole sul reddito disponibile familiare, e l‘imminente inevitabile incremento dei beni alimentari intaccherà ulteriormente le disponibilità economiche delle famiglie. Insomma, ci saranno più poveri, e anche per chi povero non lo diventerà la capacità di spesa si contrarrà comunque. Quando hai meno soldi, i primi costi che tagli sono quelli non essenziali. Il vino non è un bene essenziale, non lo è più, perché gli abbiamo tolto la valenza alimentare in favore del lato edonistico. Chi ha meno soldi, li spende per avere un tetto, un vestito e un pasto, non per l’edonismo.

Spero, ripeto, di essere troppo pessimista, e di sbagliarmi.


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3 comments

  1. Sergio Frigieri Rispondi

    Da oltre 30 anni le cantine non ritirano i vuoti,tutto a perdere come bar e ristoranti,del resto,tanto i costi li pagava il cliente.Adesso,guarda un po’…Per quanto riguarda il lato edonistico,sì,ma non dimentichiamo l’importante componente psicologica, questo ti permette di fare,e bene,la tua professione,ciao,Sergio Frigieri-MO.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      È un po’ dura andare a riprendersi i vuoti negli Stati Uniti, in Canada, in Scandinavia, in Cina. Il vino italiano regge perché si esporta, altrimenti la stragrande maggioranza delle aziende chiuderebbe.

  2. ambra Rispondi

    d’accordo sui quattro punti
    speriamo tutti di dover ammettere che ci siamo sbagliati