Bisogna inventare un’altra viticoltura

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“Non credo che il futuro sarà il biologico o il biodinamico. Bisogna inventare un’altra viticoltura”. Lo dice in un’intervista alla Revue du Vin de France un enologo francese, Thomas Duclos, che è ormai diventato un nuovo punto di riferimento nel territorio bordolese. Nel mirino c’è la monocoltura viticola. A favore di una visione diversa, che guarda all’ecosistema complessivo.

“La monocoltura è una buona cosa? Oppure non dovremmo immaginare un vero ecosistema all’interno della proprietà?” chiede Duclos. Ecco, a mio avviso la “nuova” questione aperta è questa, e mi par di capire che superi ampiamente e a piè pari l’intero dibattito tra i sostenitori del “convenzionale” e del “naturale”, che rischia di insterilirsi in una specie di infinita guerra di posizione.

Mi sembra di capire che altri stanno guardando in questa stessa direzione, e non sono persinaggi di poco conto. Anzi. Per esempio, leggo, sempre sulla Revue, un intervento di Saskia de Rothschild, e il nome è di quelli che contano tantissimo. C’è lei alla guida dei Domaines Baron de Rothschild, milleduecento ettari di vigne tra Pauillac, Pomerol, Sauternes e poi Argentina, Cile e perfino Cina. “Stiamo sviluppando – annuncia – una vasto programma di reimpianto di alberi e di siepi in tutti i nostri vigneti per migliorare la biodiversità”.

Ecosistema, biodiversità. Saranno questi i vocaboli più importanti del vocabolario del nuovo modo di pensare il vino? Perché se sono questi non basterà pronunciarli, non sarà sufficiente lo “storytelling” degli affabulatori da social media. Il paesaggio, infatti, sono in grado di vederlo tutti e di capire se quelle idee le applichi davvero oppure no. Nel vigneto, una fila di alberi o una siepe non li puoi aggiungere con Photoshop.


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