La carta velina nera che avvolge la mia bottiglia della Ribolla Gialla del 2010 di Damijan Podversic è chiusa con un foglietto adesivo che riporta il significato figurato del sostantivo maschile séme (dal latino semen, seminis), ossia “ciò che è principio, origine, oppure stimolo da cui qualche cosa deve o può nascere e svilupparsi”. Cerco on line e vedo che la citazione viene dal dizionario della Treccani, ma questo è meno importante. Ciò che mi fa interrogare è perché il vignaiolo abbia scelto proprio questa frase. Decido di non chiederglielo, perché i misteri è bello svelarseli da sé, e interpretarli a modo proprio. Un indizio ce l’ho, ed è in quel che mi ha detto proprio lui nel corso di una conversazione telefonica che abbiamo avuto alcune settimane fa. “Il vino è soprattutto materia spirituale”, aveva sostenuto, e rivolgendosi a me non poteva uscirsene con un’affermazione migliore di questa, stante che considero il bere vino un vero e proprio esercizio spirituale, che incoraggia e riflettere sul senso stesso della vita (no, il mio libro non l’aveva letto, per cui alla medesima conclusione ci eravamo arrivati da strade diverse).
Ci penso mentre strappo la certa velina per aprire la bottiglia, e mi dico che alla fin fine sta proprio nel seme il senso dell’esistenza della vigna e dell’opera del vignaiolo. Alla vigna non interessa darci l’uva perché ne facciamo vino. La vigna, come tutti gli esseri viventi, vuol vivere e riprodursi, e dunque mette nel seme – nel vinacciolo – tutta l’energia che possiede, perché possa dar nuova vita, e continuare la specie. Solo quando il vinacciolo è maturo, il grappolo è nel suo massimo splendore. A quel punto al vignaiolo compete rispettare quel che gli ha dato la vigna, intervenire il meno che sia possibile, portarne in bottiglia l’essenza. Forse è questo quel che voleva dire Damijan Podversic, forse è questo che devo cercare nel suo vino, e in ogni vino autentico.
Apro la bottiglia. Verso un bicchiere di vino. La prima impressione è come quella di un raggio di sole. Nel calice ne ha il colore, irradia luce. Bevo. Sento l’uva, e l’uva è matura; mi pare di avvertirne schioccare fra i denti la buccia, come accade quando vado a camminare nel primo autunno, e mi addentro tra i filari, e mangio un acino di quelli lasciati sulla pianta dai vendemmiatori. È la medesima sensazione.
È anche come se questo vino non avesse età. Prendo di nuovo in mano la bottiglia per verificare di non essermi sbagliato, che sia davvero la Ribolla del 2010. Aspetto di finire il pranzo. Prendo con me il bicchiere e mi metto in poltrona. Ne bevo un goccio per volta, giusto una stilla. Fuori fa freddo, ma sento il sole che mi riscalda. Così ha senso fare vino, così ha senso berne.
Venezia Giulia Ribolla Gialla 2010 Damijan Podversic
(95/100)


