Non c’è dubbio che di questi tempi l’Etna sia uno dei territori del vino italiano che riscuotono maggior successo. C’è addirittura, a tal proposito, un dibattito fra chi lo vede terra da rossi e chi terra da bianchi, e chi ancora da rosati. Ci sono, in effetti, parecchie bottiglie assai degne di nota in tutti e tre i comparti. Se proprio devo scegliere, sto con chi propende per i bianchi, perché i bianchi dell’Etna fatti col carricante – intendo quelli molto ben fatti – mi piacciono parecchio per via di quella loro tensione che li rende quasi elettrici e rarefatti, e dunque alpestri, montanari, e comunque luminosissimi, com’è del resto nell’imprinting del vulcano. E insomma, suoli, clima e vitigno qui compongono un mosaico perfetto per chi voglia bere del grande vino bianco italiano.
Ovvio che per fare grandi bianchi non ci si può improvvisare. Servono conoscenza, esperienza e dedizione. Tra le cantine etnee, una che certamente queste doti ce le ha è Tenute Nicosia. Il fondatore, Francesco Nicosia, sull’Etna, a Trecastagni, versante sud-orientale del vulcano, ci piantò le vigne nel 1898. Anche adesso che la gestione è di Carmelo Nicosia con i figli Francesco e Graziano, quinta generazione – mentre la conduzione enologica risiede nelle mani affidabilissime di Maria Carella -, il corpo principale dei sessanta ettari di vigneti aziendali resta sempre lì, e in particolare in quelle vigne terrazzate che salgono lungo i pendii di due piccoli conetti vulcanici spenti, il Monte Gorna e il Monte San Nicolò, che si guardando l’un l’altro, ma che sono anche diversissimi l’uno dall’altro per quel che concerne i suoli, e che dunque danno vini assai differenti. È molto bello che le personalità dei vini che ne provengono siano salvaguardate e separate.
I vini delle Tenute Nicosia li ho assaggiati a Vinitaly. Intendo che ho assaggiato bianchi, rossi, rosa e spumanti, e la prova d’assieme è stata del tutto convincente nei quattro segmenti, per cui potrei soffermarmi su tutti; però qui ho deciso di parlare dei bianchi – splendenti – dell’Etna, e bianchi, dunque, siano.
Etna Bianco Contrada Monte San Nicolò 2024. Carricante con un saldo minimo di minnella, che è un vitigno reliquia, storicamente coltivato sul Monte San Nicolò. Siamo intorno ai 550 metri, e dunque è la vigna “più in basso” fra quelle della tenuta. Il vino fa solo acciaio. È secchissimo, esplosivo e dinamico. Sa di clorofllla, di ginestra, di uva spina e di vulcano. (92/100)
Etna Bianco Contrada Monte Gorna 2024. Il carricante è integrato da un dieci per cento di catarratto. L’altitudine raggiunge i 700 metri. Fa un breve passaggio in tonneau d’acacia, nell’intento di tenere a bada l’acidità scalpitante. Vino elegante, con quelle sue note di pompelmo e di anice. Mi azzardo a pensare che abbia un grande potenziale d’invecchiamento, tant’é che suppongo sarebbe perfetto nel formato magnum. Mi affascinano il sale e l’austerità del sorso. (93/100)
Etna Bianco Contrada Monte Gorna Vecchie Viti 2020. Quando si dice un grande bianco etneo. Solo carricante dagli alberelli sessantenni di un piccolo podere. Fa un passaggio nella barrique quasi esausta. Giallo dorato. Complesso e sapido. Ha profumi caleidoscopici di artemisia e di finocchietto, di fiori essiccati e di mallo di noce, di spezie dolci e di camomilla, di tarte tatin e di cotognata, e poi ancora e ancora, in un frequente e lungo rincorrersi di suggestioni. C’è perfino – e lo lascio per ultimo per un motivo – un vago sentore succoso di acqua di pomodoro, che ho ritrovato anche nel vino rosso che proviene anch’esso dalle vigne vecchie, stavolta di nerello mascalese, del Monte Gorna, e che dunque rappresenta, a mio vedere, un marcatore di terroir – ecco il motivo. Ma questa è un’altra storia, e prima poi, magari, ne scrivo. (96/100)


