Quando, nel 2019, l’amministrazione Trump del tempo impose un dazio del 25% sui vini di alcuni paesi europei, gli importatori e i produttori, confidando che si trattasse di un provvedimento destinato a rientrare in tempi relativamente brevi, cercarono di non farne gravare il peso sui consumatori statunitensi, assorbendone direttamente una parte. Ma questo accadde prima che si verificasse la pandemia di Covid 19, quando il mercato era euforico, e prima che gli aumenti del vetro, dell’energia e della carta erodessero i margini e facessero balzare i prezzi. Ora la situazione economica è molto meno florida, cosicché l’imposizione di eventuali dazi sul vino da parte della nuova amministrazione Trump avrebbe un impatto più severo. Lo dice Mitch Frank, editorialista di Wine Spectator, sul numero di febbraio della rivista americana. Stavolta, “per i consumatori di vino, per i commercianti di vino e per le cantine, la proposta dei dazi sarebbe dolorosa” sottolinea.
Il problema è che adesso i rincari dovuti ai nuovi dazi si ripercuoterebbero tutti sui clienti finali, stante che la filiera produttiva e distributiva, già messa alle strette dalla riduzione dei consumi, non pare più in grado di assorbirli. Si potrebbe innescare, in tal modo, una spirale devastante. “In un momento nel quale le vendite stanno crollando e i nostri portafogli si sentono spremuti, i prezzi salirebbero” osserva Frank, e i bevitori di vino americani dovrebbero rinunciare, almeno in parte, agli acquisti.
Ma c’è un effetto potenziale di lungo respiro che preoccupa ancora di più. “I consumatori più giovani, molti dei quali vedono il vino come troppo costoso in confronto ad altre bevande – scrive Wine Spectator -, non avrebbero alcuna ragione di cambiare idea”. Dunque, c’è il rischio che i giovani escludano definitivamente il vino dalle proprie scelte di consumo. In questo modo, un’intera generazione di americani non avrebbe più alcuna familiarità con il vino. Questo sì che avrebbe conseguenze letali, nel lungo termine, per il settore.
Leggendo gli affannati piagnistei dei produttori italiani, preoccupati quasi solo degli impatti immediati sui loro conti economici, mi pare che a questo non ci pensi pressoché nessuno. Ancora una volta, difettiamo di visione strategica, e grazie al cielo che di là dell’Oceano ci sono editorialisti come Mitch Frank a farci meditare, e magari, si spera, a far riflettere gli americani e chi li governa.
(Si potrebbe obiettare che non tutto il vino importato negli Stati Uniti verrebbe gravato dai dazi, visto che, almeno per ora, non se ne parla per il Sudamerica, l’Africa o l’Oceania, ma, grazie al cielo, nell’immaginario del bevitore americano il vino per eccellenza proviene soprattutto dall’Europa.)


