Casa Setaro, il vino, il vulcano e il mare

setaro_500

È a Vinitaly che ho conosciuto Massimo Setaro. Fa vini in terra vesuviana, a Trecase, sotto l’insegna di Casa Setaro. Su qualche etichetta campeggia un disegno che sembra riprodurre un occhio e una lacrima, la quale però va verso l’alto. Sono il cratere del Vesuvio visto dall’alto e uno sbuffo di fumo che ne fuoriesce, fatto però nella forma di quella lacrima, appunto, che connota, nel nome, la denominazione più vecchia che si produca in quei tratti di terra.

Siccome durante una fiera ci sono in agenda così tanti impegni che non puoi indulgere in troppi assaggi per ciascuna fermata, pena lo stordimento dei sensi e della facoltà di connettere le idee, come a tutti gli ho chiesto di farmi assaggiare non più di due vini che ritenesse rappresentativi del proprio modo di essere vignaiolo. Ho finito per assaggiarne il triplo, perchè, con mia soddisfazione, le terre vulcaniche, il clima dei luoghi, gli ambienti e i paesaggi ce li ho trovati dentro, nitidi e solari, ed è un piacere quando accade. In più, lo stile è risconoscibile e li traversa tutti, con costanza, e anche questa è cosa bella assai. Infatti, mi hanno dato un po’ tutti, quale più, quale meno, un’idea di setosità, perfino laddove il tannino si faceva più evidente, e credo che quest’essenza fragile corrisponda alla friabilità dei suoli, fatti di sabbie e di ceneri laviche. Al contempo, il sorso ha quella profondità austera che quasi solo i vini di vigne vecchie sanno mettere in luce, e infatti hanno decenni e decenni, e anche i rimpiazzi vengono da madri antiche, talora franche di piede, diffusi, come sono, non per barbatelle impiantate, bensì con l’arcaico sistema della propaggine, a formare una sorta di famiglia che si allarga man mano, per generazioni. Adesso il problema è che quei vini li dovrò pure comprare, perché non credo di poterne stare senza.

Generalmente non mi piace fare le liste di troppe etichette, perché a ogni vino non potrei dare più di una riga e mezza: per questo motivo, qui sotto mi soffermo solo sui tre che mi hanno più colpito. Ma sono tutti buoni anche gli altri.

Vesuvio Bianco Contradae 61.37 2021. Nella smorfia napoletana, il 61 identifica il bosco, il 37 il monaco. Significa che il vino viene dal Bosco del Monaco, che essendo un toponimo non può stare in etichetta, poiché ne manca la previsione nel disciplinare. La pergola ha caprettone, greco e fiano e sta vicina al mare; il suolo è di vulcano, ma sotto c’è sabbia e calcare. Il mare si sente, il vulcano pure, e poi la macchia mediterranea. Affiorano certi ricordi di costiera, che ti pare di esserci dentro. (94/100)

Lacryma Christi del Vesuvio Riserva Don Vincenzo 2020. A me del piedirosso napoletano fa proprio impazzire quel ricordo acidulo e succoso che mi lascia di pomodorino del piennolo. Qui il piedirosso c’è per metà dell’uvaggio e il resto è aglianico, il quale si avverte dal tannino. Il vino ha un’indole nervosa, ti si avvicina e ti accoglie con rustica grintosità e fierezza contadina. Tannino e sale giocano a chi prevale, ed è un continuo rincorrersi, che allunga il sorso e lo rende vitale. (93/100)

Vesuvio Piedirosso Fuocoallegro 2023. Che cosa dicevo qui sopra a proposito del piedirosso? Eccolo qui il pomodoro che torna, però stavolta è quello che si essicca al sole dell’estate, e che l’estate, poi, te la porta in tavola durante i mesi più freddi. È frammisto, peraltro, ai sentori balsamici delle erbe aromatiche e ai sentori, anche, del sottobosco nei giorni di calura. Credo che a dargli questa profondità sia l’affinamento, che avviene in parte in anfora e in parte in legno grande. (90/100)