A Patti con amore

Patti

Patti si chiama Patrizia ma io la chiamo Patti da quando me l’hanno presentata. Col suo permesso, naturalmente. Patti era la mia insegnante di inglese quando avevo necessità di allenarmi per il lavoro di commerciale estero che svolgevo nel mondo del vino. Dal punto di vista didattico credo di averle dato non poco filo da torcere ma le nostre lezioni sono di sicuro tra le più spassose che le siano capitate. Che gran dono l’ironia e l’autoironia! Io ero tutta scombinata; nel vestire, negli orari, nei programmi quotidiani, ero pure scompigliata. Lei precisa e organizzata, pragmatica e, beata lei, sempre ben pettinata. Si rideva, non so cos’altro accomunasse le nostre vite, ma si rideva tanto. E si beveva! Si mangiava e si beveva di gusto, insieme. Il venerdì era la nostra serata d’aggiornamento, così la chiamavamo, in un piccolo agriturismo. Ero io, solitamente, che aggiornavo lei delle mie peripezie. Non so che cosa fa scattare di livello un’amicizia a sorellanza ma un giorno tra il serio e il faceto le chiesi: “Ma perché non ci adottiamo come sorelle? Io sono qui da sola, tu anche, almeno siamo in due. Mi piacerebbe avere una sorella maggiore”. Patti mi ha accolta, coi fatti, coi gesti, con poche parole ma con le braccia aperte. Avevo tanto bisogno di questo; della sua presenza ferma, quieta, costante. Poi, un giorno, ho avuto la più grande dimostrazione d’affetto da parte sua. Ero in un turbinio di emozioni e situazioni incasinate, ospite nella sua casa, poco propensa a ragionare, lo ricordo bene. Lei si è arrabbiata e mi ha rimproverata, e in quel momento non c’era irritazione, c’era solo tanto amore. Lì mi ha dato una svegliata e mi sono calmata. Patti non lo sa, perché non gliel’ho mai confessato, ma quel momento, e tuttora nello scrivere, lo sento, è stato un abbraccio d’amore immenso che mai potrò dimenticare. Grazie per esserci, mia cara splendida sorella maggiore adottiva. Ti voglio bene.