Un paio di settimane fa, un giovane che si sta avvicinando con fervore ai mille misteri e ai mille piaceri del vino (e prima o poi, se non è artificioso e modaiolo, s’imbatterà anche nei dispiaceri e nella disillusione, è inevitabile) mi ha chiesto, quasi che io fossi una sorta di guida spirituale (brutta cosa, quando ti si approcciano così: vuol dire che sei invecchiato), quale sia il segreto. Quale sia, intendeva, la via per meglio comprendere il vino e il suo mondo e i suoi fascinosi arcani. Credo d’averlo deluso rispondendogli: “Coltiva il dubbio”. Ma è esattamente quanto penso e la regola cui m’attengo. Coltivo il dubbio. Dubito di tutto quel che mi si racconta, di quanto vedo, di quanto annuso, di quanto assaggio. Dubito per tenere sgombra la mente dai pregiudizi onnipresenti (ah, quante sovrastrutture ci carichiamo inconsapevolmente addosso ogni giorno!) e dalle malie seduttive della comunicazione, che spesso offusca l’intelletto e che sovente è la leva modulata con sapiente disinvoltura anche dai vignaioli che più t’appaiono scevri dall’inganno. Dubito perché so che comunque chi fa vino non è un poeta o un artista, ma un imprenditore che in qualche modo ci deve campare. Dubito e cerco di mettere sempre in dubbio quanto mi viene narrato, perfino quanto di primo acchito percepisco. Dubito e mi tengo il dubbio per me. Mi chiedo se davvero mi stia piacendo quel vino, oppure se sia un riflesso condizionato da quanto mi è stato detto, da quanto ho letto, dal mito, dalla simpatia o dall’antipatia. Provo a tenere sgombri – e allenati – la mente e i sensi. Per godermi il vino così com’è. Perché ho una regola sola: c’è il vino che mi piace, c’è il vino che non mi piace. E non ho nessuna voglia di codificare il perché quel tal vino mi piaccia e quell’altro no. Mi basta così.
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articolo originariamente pubblicato il 5 aprile 2013
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Roberto Gatti
Per non farci condizionare , sempre meglio coprire l’etichetta