Vino bianco o nero, il titolo che proprio non mi piace

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Non mi piace, quel titolo non mi piace. È distorsivo, gravemente, pesantemente. Mi riferisco al convegno programmato da Veronafiere, Vinitaly e Wine2Wine per il 5 dicembre. Il titolo è questo: “Vino italiano: bianco o nero?”

In sé, il convegno pare interessante, e poi il parterre dei relatori è notevole. Intervengono il presidente di Federvini, Sandro Boscaini, il presidente dell’Unione Italiana Vini, Ernesto Abbona, la presidente della sezione vinicola dell’Alleanza delle Cooperative, Ruenza Santandrea, e la presidente della Fivi, Matilde Poggi.

Allora, che cosa c’è che non va?

Che non va, ripeto, è il titolo, e anche la sua forza evocatrice che mi infastidisce parecchio. Il fatto è che sino a non molto tempo fa, e in moltissimi casi ancora oggi, in parecchie regioni d’Italia si usava parlare di vino bianco e di vino nero. La definizione di vino rosso, in sostituzione di vino nero, in vari territori è acquisizione linguistica abbastanza recente.

Orbene, scrivere “Vino italiano: bianco o nero?” evoca la formula con la quale gli osti o i padroni di casa rivolgevano (e varie volte ancora rivolgono) questa stessa domanda ai loro ospiti per far scegliere loro tra le due categorie di vini. Due, solo due.

Ma le categorie di vini non sono due. Non c’è il bianco e il nero o il bianco e il rosso. C’è anche il vino rosato, perenne “dimenticato” nell’evocazione vinicola italiana, mentre mai e poi mai se ne dimenticherebbero i francesi oppure anche, oggi, gli americani.

Ecco, quel titolo evoca questa subcultura ghettizzante del vino italiano, e non mi piace proprio per niente, da cultore del vino rosato qual sono. Diverso era titolare, che so, “Vino italiano: luci o ombre?”. Ma così no, proprio non va, assolutamente non va. Voglio sperare che almeno i relatori ci mettano una pezza parlando di bianco, di nero (di rosso), ma anche di rosato.

Finiamola, per piacere, di pensare al rosato come al figlio di un dio minore, relegato al massimo al ruolo di “completamento di gamma”. Finché vincerà questo pregiudizio non avremo un futuro serio per il rosato italiano, e mi fa proprio specie che, anche involontariamente, si reiteri quest’idea retrograda e fuorviante in un convegno nel quale a parlare del futuro del vino italiano sono chiamati, da Vinitaly, i rappresentanti di alcune delle maggiori forze produttrici italiane.


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