I sommelier siano i dj del vino, non le rock star

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I sommelier non devono fare le rock star. Meglio, molto meglio se fanno i dj. Non l’ho mica inventata io, questa comparazione. L’ha scritta David Williams sul quotidiano britannico The Guardian, versione on line: “Sommeliers are not the new rock stars of food and drink – they’re the new DJs“. E sono d’accordo, perbacco se sono d’accordo.

Troppo spesso chi serve il vino – ma anche chi ne scrive o ne parla, sia chiaro – si atteggia da rock star, da protagonista della scena, e il vino finisce in subordine, e alla fine le etichette che girano – magari ottime, per carità – sono sempre quelle, e alla lunga viene anche un po’ di stanchezza.

Il dj del vino, ecco cosa ci vorrebbe invece. Dovrebbero essere sommelier capaci di cercare tra le infinite produzioni vinicole che ci sono in giro per il mondo e di selezionarle e poi di comprendere l’umore di chi gli sta di fronte in sala e di costruirgli una perfetta scaletta di proposte, al calice o in bottiglia, che stiano bene col modo di essere dell’utente in quel preciso momento e con quel che sta mangiando e con l’occasione che sta vivendo.

Ecco, questo dovrebbe essere il ruolo del sommelier.


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