Questa cosa dei ristoranti chiusi alle 18 non la capisco

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Io credo che si faccia presto a parlare sui social, ma che poi, quando si è là dove si devono prendere delle decisioni, le cose siano complicatissime, e occorra tener conto di una pluralità enorme di fattori, e di condizionamenti. Funziona così, dalla discussione in famiglia sull’acquisto di un nuovo mobile per il soggiorno alla riunione di condominio. Figurarsi quando ci sono di mezzo decisioni che impattano su milioni di persone, alle quali qualunque cosa tu decida comunque non andrà bene, perchè ci saranno sempre i “se” e i “ma” di chi guarda al dito e non alla luna. Dunque, ho quasi sempre trovato irritanti le sentenze dei social sulle decisioni delle autorità, da quand’è scoppiata questa cosa della pandemia. A prescindere da come io la pensi su chi ci governa, sia esso il “governo” nazionale, regionale o comunale, che difficilmente, tra l’altro, coincideranno come “colore”.

Ciò premesso, credo che comunque questa volta la decisione che ha riguardato i ristoranti sia fondamentalmente sbagliata. Non vedo motivo di una chiusura alle 18, che significa chiusura totale, perché – capiamoci – per un ristorante chiudere alle 18 significa non coprire nemmeno i costi fissi, e dunque tanto vale appendere la chiave al chiodo, ammesso che in banca ci sia abbastanza di che sopravvivere.

Ordinare di chiudere alle 18 è senza senso. O si chiude tutto perché la situazione è talmente grave da obbligare a un nuovo lockdown generale, oppure non si obbliga la gente a chiudere un’ora e mezza prima di poter lavorare.

Stamattima, facendo la mia camminata mattutina, ho visto un cartello sulla porta di un ristorante. Diceva che dentro i coperti disponibili, stanti le necessità di distanziamento, sono tredici. Tredici, ripeto. Mi dite, statisticamente, quale sia la possibilità di contrarre il contagio in un locale che dispone al massimo di tredici coperti, il che significa sì e no quattro tavoli? Ecco, o la situazione è tale che se basta essere in tredici (al massimo!) in un locale per essere certi di uscirne malati – il che vorrebbe dire che il numero degli infetti è enormemente più alto di quanto sia lecito pensare – oppure mi si spieghi perché quel ristorante non deve poter servire la cena.

Poi, mi sta bene che si decida di chiudere anche alla dieci di sera, per evitare assembramenti notturni, e vorrà dire allora che si anticiperà la cena rispetto alle abitudini normali, e questo ci sta in un periodo in cui le abitudini normali sono giocoforza saltate. Ma lasciate almeno che copra le spese, ‘sta gente, oppure che ci dicano che siamo fottuti, e si salvi chi può.

Non lo so, non me ne intendo di virus e di epidemie, e spero di cavarmela, come sperano tutti. Però ritengo che un ragionamento sul contesto si dovrebbe fare, ed è un ragionamento statistico, matematico. La densità di persone per metro quadro, per esempio. Oppure l’area, che sia cittadina, urbana o periferica.

Ho letto perfino di inviti a non allontanarsi dal proprio comune. Il comune in cui abito ha una superficie di 46 chilometri quadrati e una popolazione di 3 mila abitanti. Vuol dire che siamo mediamente in 65 per chilometro quadrato. Se prendo in considerazione il mio comune e i quattro comuni confinanti arriviamo sì e no a 15 mila abitanti in tutto, suddivisi su quasi 160 chilometri quadrati di superficie totale, che significa mediamente meno di 100 abitanti per chilometro quadrato. Significa che in media ciascuno di noi che viviamo in questi cinque comuni ha uno spazio “personale” disponibile di 67 metri quadrati, che è la dimensione di un discreto appartamento. Nessuno dei cinque comuni ha un centro commerciale o qualcosa che ci somigli. Qualcuno mi può spiegare, per favore, perché dovremmo restare reclusi dentro ai confini del nostro singolo comune e non muoverci almeno fra quelli confinanti? Statisticamente, quale rischio corriamo di incontrare non dico un positivo, ma anche solo un’anima viva?

Lo so, le leggi non si fanno ad personam (il che si è però spesso dimostrato falso), ma esiste anche una scienza che si chiama statistica, e può essere di pregevole supporto al buon senso. Chiudere i ristoranti alle 18 senza tener conto dei dati statistici e anche solo ipotizzare di non potersi muovere tra comuni confinanti senza tener conto della demografia italiana, mi sembra un’operazione poco sensata. Anzi, priva di senso. Anche per uno come me che considera sempre quanto sia difficile (e alla fin fine solitario) assumere decisioni complesse.


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2 comments

  1. Roberto Ferrari Rispondi

    Sostanzialmente Angelo condivido quello che dici, anche perché lo fai con il tuo solito garbo e intelligenza, ma la risposta credo sia nella tua analisi in premessa. Forse la soluzione, in questo momento, dovrebbe essere chiudere tutto. Una soluzione terribile a cui si cerca di ovviare con “vie di mezzo”, talvolta anche irrazionali, che scontentano tutti. Poi c’è un altro problema. Per me, e forse anche per tanti altri, puoi anche tenere aperto quanto vuoi, ma io sto in cas
    a se non strettamente necessitato ad uscire. E a questo, al momento, non c’è soluzione.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Ti ringrazio, Roberto. Sì, credo anch’io che fosse meglio adottare una scelta più coraggiosa. Tentennare vuol dire dimostrare la propria debolezza e dunque adottare scelte ugualmente deboli.