Sono i produttori di tranquillanti i veri nemici del vino?

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Non mi piacciono i complottisti, insomma, quelli che qualunque cosa accada vogliono vederci dietro un complotto. Però quest’idea che dietro il continuo, ossessivo attacco al vino ci possa essere l’interesse dell’industria farmaceutica produttrice di tranquillanti è piuttosto inquetante, e lo ammetto, mi fa pensare.

Ad affermare che “il vino è considerato come un concorrente diretto dall’industria dei farmaci” è il direttore della Revue du Vin de France, Denis Saverot, nel suo editoriale di giugno. Sottolinea poi che “mentre il consumo di vino si è abbassato di più della metà dal 1960, il consumo di ansiolitici e di antidepressivi è salito da 0 a 80 milioni di confezioni l’anno”, e questo in Francia, dove una larga parte di popolazione avrebbe sostituito con i tranquillanti il tradizionale consumo di vino e la frequentazione dei caffè. Dunque – sono sempre sue convinzioni -“gli industriali della farmacia, pilastro centrale della lobby della sanità, fanno di tutto per proteggere il loro lucrativo business”.

Ora, so bene che il vino contiene alcol e che l’alcol può portare con sé gravi problemi, e lo sa benissimo anche Saverot, che infatti parla di “necessaria prevenzione contro l’alcolismo”. Dico di più, e cioè che deve essere il mondo del vino il primo a far cultura, a prendere le distanze dagli eccessi. Ma non sono l’unico ad aver pensato che l’attacco generalizzato al vino abbia comunque qualche cosa di strano, di abnorme, e che abbia terrorizzato tuttavia soprattutto le persone che dell’alcol non fanno abuso e che si sentono in colpa anche se bevono un solo bicchiere durante una cena, anche se prendono con gli amici quel calice nel quale trovavano anzi un elemento di serena convivialità prima della campagna anti-vino. Come mai quest’effetto di demonizzazione su una parte così larga di popolazione che non frequenta di certo l’incultura dell’eccesso ma che aveva invece la cultura della moderazione conviviale? La Revue du Vin de France ha lanciato un’ipotesi che mi fa riflettere.

 


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3 comments

  1. Andrea Tibaldi Rispondi

    Scusi, ma lei tutto questo “attacco generalizzato” al vino, che ha addirittura “qualcosa di abnorme”, esattamente dove lo ha visto? Fino a qualche anno fa uno dei nutrizionisti più presenti in TV era il presidente di ONAV… E che non era esattamente attaccato quando parlava del rapporto (dubbio per non dire inesistente) tra vino e salute, che invece viene dato per scontato da tutti, ma proprio da tutti, mai sentito mettere in discussione da nessuno questa cosa.
    Mi fa un esempio di “campagna anti-vino”? Sarò distratto, ma me le sono proprio perse tutte, questa brutali campagne anti-vino. Mah…

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      L’Onav è una realtà italiana, La Revue du Vin de France è francese: ci si riferisce alla realtà francese e alle conseguenze della legge Evin.

  2. Andrea Tibaldi Rispondi

    Nel suo articolo non vedo alcuna differenziazione tra la situazione francese e quella italiana. Magari era sottintesa, ma non me n’ero accorto.
    PS: l’aumento nell’uso di psicofarmaci c’è stato anche in Italia (sui consumi siamo allineati: 24 dosi standard in Francia contro 26,6 in Italia, nel 2016) dove, mi pare di aver capito, lei concorda che di questo abnorme, generalizzato, continuo, ossessivo attacco al vino non vi è traccia.
    Lo comunichi alla RDVF, magari questa ipotesi li farà riflettere.