Perché Cacciari ha ragione e torto e cosa c’entra il vino

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Leggo e ascolto sempre con interesse quel che dice il professor Massimo Cacciari, perché elabora idee e credo che la produzione di idee sia quanto di più necessario in tempi nei quali le idee tendono a scarseggiare. Raramente mi trovo in accordo con lui, ma questo non è importante, dato che il ruolo delle idee è quello di stimolarne altre, anche di segno diverso. Mi trovo in parziale disaccordo con lui anche questa volta che sono d’accordo con lui.

Mi riferisco a un suo passaggio nell’intervista che gli ha fatto Concetto Vecchio su la Repubblica del 3 maggio. “Qual è stato l’errore più grande del governo?” gli ha domandato il giornalista. E lui: “Non bisognava passare dalle banche per il finanziamento, ma versare le somme direttamente sui conti correnti. Non si rendono conto che molte imprese stanno morendo. Moltissimi imprenditori non riapriranno più. Un errore drammatico”.

Ecco, sono d’accordo, il governo ha sbagliato a decidere di passare solo dalle banche per tentare di iniettare liquidità alle imprese in difficoltà. Questo non è un giudizio assoluto sull’azione governativa, non è il mio obiettivo. Si tratta di una valutazione nel merito riguardo a una decisione strategica. Mi permetto di aggiungere che l’errore è stato quello di “costringere” le banche a farlo, e poi spiegherò perché.

Intanto, lasciando perdere le quantità e i tempi delle erogazioni, vorrei guardare alla misura in sé, distinguendo tra i finanziamenti sotto i 25 mila euro e quelli sopra. Per quelli sotto i 25 mila euro, la soluzione prospettata da Cacciari poteva essere efficace, se si fosse dimostrata sostenibile. Occorreva dunque renderla tale, e si poteva. Per quelli che sono al di sopra della soglia dei 25 mila euro mi pare insostenibile, e in questo sono in disaccordo con Cacciari. Secondo me occorreva infatti optare per una soluzione diversa, quella delle emissioni obbligazionarie, dei bond settoriali, andando a sollecitare l’investimento delle famiglie italiane a sostegno delle imprese italiane.

I risparmi liquidi delle famiglie italiane valgono intorno ai 1.400 miliardi di euro e non rendono niente, né alle famiglie, né all’economia, lasciati sui conti. Se i risparmiatori potessero investirne una parte sulla produzione italiana, chiaramente con garanzia pubblica, credo che lo farebbero, soprattutto ora. Per renderlo realmente possibile ed efficace è necessario da parte del governo intervenire sulla fiscalità, abbattendo in tal modo il costo delle cedole pagate dalle imprese finanziate e premiando chi effettui un investimento di medio-lungo termine. Lo scrissi già il 28 marzo e ne ricevetti molti consensi, anche da parte di importanti economisti. Resto della mia idea.

Il fatto è che il governo ha dato soluzioni vecchie a problemi nuovi, mentre occorre dare risposte nuove ai nuovi problemi generati dalla crisi sanitaria, che è già diventata crisi economica e che si avvia potenzialmente a diventare una grave crisi finanziaria, mettendo in difficoltà le stesse banche che abbiano erogato alle imprese i fondi assistiti dalla garanzia pubblica. È facile prevedere, infatti, che una parte delle imprese che riceveranno i finanziamenti garantiti non saranno in grado di rimborsarli, facendo esplodere le insolvenze bancarie. Ritengo del tutto improbabile che lo stato sia in grado di far fronte istantaneamente alla copertura dei crediti che andassero in default e che l’escussione della garanzia pubblica richiederà tempi non brevissimi. In tal caso, le banche dovrebbero coprirsi e dunque si vedrebbero costrette a chiedere ai prenditori un rientro dagli affidamenti. Sì, ma a quali clienti chiederebbero di rientrare? A quelli buoni, ovviamente, gli unici in grado di farlo. Il che significherebbe il definitivo tracollo del’economia italiana, soffocata da un credit crunch mai verificatosi prima. Ecco perché ritengo sbagliato e rischioso aver “costretto” le banche ad essere l’unico tramite per l’attribuzione di risorse al mondo produttivo.

Nel caso si verificasse la casistica peggiore, il mondo dell’agroalimentare, del vino e del cibo di qualità, risulterebbe il settore potenzialmente più aggredibile, il primo cui si andrebbero a chiedere coperture dirette. Le conseguenze credo vi siano chiare.


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