Masseria Campito, Asprinio di Aversa metodo classico

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Più volte mi sono chiesta se l’asprino di Aversa avesse un futuro. Quando il presente è molto incerto si fa fatica ad immaginare o programmare il tempo che verrà. È questa purtroppo la condizione dell’asprinio d’Aversa nonostante le sue antiche origini che gli conferiscono un fascino notevole quando si riesce a raccontarne la storia e insieme quella del territorio nel quale ha disegnato un paesaggio unico e di grande bellezza.

Mi riferisco al metodo di allevamento della vite ad alberata. Quando ho avuto il piacere di visitare un vigneto dove la vite si marita ai pioppi ne sono rimasta molto colpita. Io ed i miei amici di viaggi enoici eravamo tutti in silenzio ad ammirare lo spettacolo condotto in totale complicità ed armonia tra l’uomo e la natura. È poesia pura osservare i lunghi filari che caratterizzano la campagna dell’agro aversano, a nord di Napoli, memori della civiltà etrusca che concedeva alla vite di preservare la sua natura di liana. E questa con fierezza e riconoscenza si arrampica lungo il tronco degli alberi fino a 12 -15 metri concedendo una vendemmia copiosa ed uno spettacolo di raro splendore.

L’asprinio è da sempre l’uva privilegiata in questo territorio, nota per l’acidità spinta evocata nel nome stesso della varietà. In effetti alcuni studi scientifici hanno confermato l’ipotesi che fosse strettamente imparentato con il greco di Tufo, che a sua volta genera vini bianchi di grande freschezza. Luigi Veronelli ne rimase incantato assaporandolo in una delle tipiche grotte di tufo poste sotto la casa cantina di un contadino della zona.

Quando l’ho bevuto, mi sono emozionato. Ero in compagnia di un contadino, dalle parti di Aversa, e quell’Asprinio era eccezionalmente buono. Ben lavorato, fragile elegante… Quello che mi fa rabbia è la consapevolezza di non poterlo ritrovare. L’Asprinio sarebbe un vino splendido se venisse valorizzato”.

In effetti è quello che diciamo in tanti dopo aver visitato i vigneti di questo areale di antica memoria vignaiola. Le bottiglie prodotte sono poche e di conseguenza il vino è poco conosciuto. I produttori di zona non sono mai stati dei bravi imprenditori, non hanno mai saputo fare squadra tra loro, tantomeno si è riscontrata una qualità costante dei vini che abbia fatto venire voglia di andare a comprare del buon asprinio di Aversa.

Incontro per caso una bottiglia di Priezza ad un evento a Napoli e finalmente, mi dico, un Asprinio che esprima personalità e piena piacevolezza.

Priezza nella lingua napoletana vuol dire gioia, allegria e mi sembra una scelta ben centrata perché è quello sono questi gli umori che spesso associamo ad una buona bollicina. La Masseria Campito produce Priezza, spumante metodo classico pas dosè, con 36 mesi di affinamento sulle fecce, a Gricignano di Aversa dove possiede sei ettari in conversione al biologico. È una azienda giovane condotta principalmente da donne capitanate da Claudia Di Martino.

L’alberata, come nelle altre aziende produttrici di asprinio di Aversa, si preserva perché simbolo dell’identità di questo territorio, ma le uve vengono allevate per lo più a spalliera.

Priezza è un millesimato 2013, prima annata in commercio, solare e gioioso già nel colore che tende all’oro, è avvolgente e intenso nei profumi agrumati, di nocciola tostata, sottile la nota di anice stellato. Il perlage fine lo fa apprezzare ancor di più, cremoso, sottile, salino e affilato nella freschezza. Viene subito voglia di berne un altro bicchiere, e poi un altro ancora.

Dopo una lunga chiacchierata con Claudia ho pensato che questo vino di antica memoria abbia trovato dei giusti interpreti che hanno puntato moltissimo alla qualità accendendo molta curiosità sull’azienda e sull’asprinio. In me ha fondato speranza e voglia di saperne di più. Sarà sicuramente il mio vino di questa calda estate.

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