Insisto, il web e i social non fanno vendere vino

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Eccomi qua di nuovo a rompere le scatole con questa storia che predico dal 2010 e cioè che internet e i social non fanno vendere vino e invece c’è chi è convinto che lo facciano vendere direttamente o indirettamente. Del resto, non è mica colpa mia se nelle ultime settimane hanno cominciato a dirlo in giro per il mondo.

In febbraio a scrivere che “Social media doesn’t sell much wine“ è stato W. Blake Gray sul suo The Gray Report, facendo riferimento a una ricerca di Wine Opinions per l’Italian Trade Agency, secondo la quale i social media sembrano non solo meno imporanti di un punteggiodelal critica che vada oltre i 90 centesimi, ma anche delle stesse scontistiche proposte dalla grande distribuzione.

Ora su WineNews leggo che anche Juan Park, analista di Wine Intelligence, la pensa allo stesso modo. Così, quando gli si domanda se davvero i social network facciano aumentare la “brand awareness” di una cantina e dunque servano ad ampliare la clientela, la risposta è: “Non molto”. Numeri alla mano.

WineNews riassume così la questione, quando si tratta di Facebook e vino: “Secondo le stime di settore, la percentuale di follower che vede un post aziendale è tra il 2 e il 10% del totale, e per di più, solo l’11% circa interagisce con il post stesso. Quindi, anche nel migliore dei casi, un’azienda i cui post vengono visti dal 10% del totale dei suoi follower finisce col raggiungere lo 0,5% della sua base di consumatori potenziali, e finisce con l’interagire con lo 0,05% di essi”.

Patatrac.

Del resto, secondo Park, ci sono casi di studio molto chiari sulla questione. “Persino il milione di follower di Barefoot negli Usa – ricorda WineNews – è appena l’1.7% dei consumatori che conoscono il brand: in altre parole, un post su Facebook dell’azienda finisce col mancare completamente il 98,3% dei consumatori potenziali totali”.

Di nuovo patatrac.

Oh, sia chiaro che non ce l’ho né col web, né coi social, e anzi sono ben contento di parlare di vino su internet e su Facebook. Però non è lì che si fanno vendite, almeno per i brand più grandi, che agiscono su larga scala e fanno fatturati importanti.

Credo che l’unica vera chance i social la offrano ai piccoli produttori “artigianali”, ai vignaioli insomma, che possono raccontare sé stessi e quindi attivare contatti profittevoli con un numero abbastanza limitato di bevitori particolarmente sensibili agli aspetti culturali e umani del far vino. Numeri piccoli per aziende che facciano numeri altrettanto piccoli.

Oh, l’avevo detto, eh? Nel 2010, mica ieri.


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1 comment

  1. Fabio Rispondi

    Va bene solo per i piccoli? E ti pare poco?
    Mica male per il sistema italiano, se solo ne fossero coscienti i piccoli produttori e se solo decidessero di modernizzarsi… 🙂