Baroni Capoano e l’austerità del gaglioppo

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Quella intitolata ai Baroni Capoano è, insieme, una realtà antica e nuova della Calabria del vino. Antica, perché la famiglia ha lasciato lunga traccia nella storia dei luoghi, e anzi sul sito internet dell’azienda si legge che negli archivi di famiglia è custodita una lettera d’antan, nella quale il cardinale d’Amalfi Pietro Capoano scrive al fratello Raffaele: “Fratello, ti faccio domanda di quel nettare per sua santità che me ne chiede provvigione”. Nuova (relativamente) perché a imbottigliare si è cominciato nel 1997 ma le strutture realizzate da poco e quelle in corso di realizzazione o in progetto (un bel cascinale, vetusto, potrebbe ad esempio presto diventare alloggio per gli ospiti) sono state pensate in funzione dell’enoturismo, e ce n’è ottima ragione, ché l’area è bellissima e quanto alla produzione vinicola, quella, già arrivata intorno ai 200 mila pezzi, punta al raddoppio, con una prospettiva che guarda nettamente all’export.

Tra i vini che più mi hanno colpito andando a far visita all’azienda ci sono le due interpretazioni del rosso di Cirò, e qui siamo in zona classicissima, nella Contrada Ceramidio del comune di Cirò Marina, nell’entroterra collinare.

Cirò Rosso Classico 2018 Baroni Capoano
Lo porti al naso e dici che è gaglioppo. Subito, senza esitazione. Bella cosa. Fruttino macerato e rosmarino, mare e macchia mediterranea. Ha corpo, eppure la beva è intatta. In cantina viene intorno agli 8 euro ed ha dunque un eccellente rapporto tra il prezzo e la qualità.
(88/100)

Cirò Rosso Classico Superiore Don Raffaele 2016 Baroni Capoano
L’etichetta è dedicata all’avo. Ancora, qui, il gaglioppo è pienamente rappresentato, e il passaggio nel legno piccolo non ha lasciato segno, se non nell’austerità del tannino. Austero e rigoroso è anche il sorso, e profondo e austero e asciutto. Da far affinare senza fretta.
(89/100)

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