Accidenti, adesso fanno il Ripasso in America

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Toni Divaofthevines DeLuca si presenta su Instagram come la Wine Director di Julio’s Liquors, un’enoteca di Westborough, nel Massachusetts. Il suo account @divaofthevinestoni ha la bellezza di più di 14 mila follower. Tra le foto che ha postato ce n’è una nella quale regge una bottiglia di un vino rosso americano. In etichetta campeggia una sola parola: Ripasso. Un Ripasso americano.

Ora, si dà il caso che Ripasso sia un termine che appartiene ad una denominazione di origine italiana: il Valpolicella Ripasso. E su questa tipologia d vino si sono prevalentemente retti negli ultimi anni i conti economici di parecchie aziende valpolicellesi. Se all’estero cominciano a usare quello stesso nome diventa un guaio. Considerato che gli Stati Uniti sono uno dei principali mercati di sbocco dei vini della Valpolicella.

Il Ripasso in questione lo produce una cantina di Mattituck, nello stato di New York. Si tratta della Anthony Nappa Wines. Il vino è fatto col merlot. Sul sito aziendale si legge che viene ottenuto da una piccola quantità di uve proveniente dalla Shinn Vineyards e che è stato chiamato Ripasso perché il vino è “repassed” su vinacce di petit verdot e di malbec. L’annata in commercio è la 2014. La critica americana gli ha dato degli ottimi punteggi: 90 centesimi sia da The Wine Advocate che da Wine Enthusiast. La social influencer che ho citato sopra su Instagram lo definisce “a killer Merlot”. Il che per la Valpolicella è un doppio problema: non solo si chiama Ripasso, ma dà del Ripasso un’idea del tutto estranea alla tradizione veronese.

A me quella foto l’ha segnalata un vignaiolo bardolinese, Alessio Bigagnoli. A mia volta l’ho indirizzata alla direttrice del Consorzio di tutela dei vini della Valpolicella, Olga Bussinello, che mi risulta abbia mandato una diffida al produttore. Resta il fatto che è difficile tutelare le menzioni italiane al di fuori del territorio europeo. In Europa le denominazioni di origine sono protette. Fuori dal territorio comunitario, se non ci sono normative condivise, la questione diventa spinosa. Nell’era di Trump probabilmente ancora di più.


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