“Ci piace e ci diverte associare i vini alle persone: quando percepiamo una volontà di ferro dietro un sorriso dolce, pensiamo a un Friulano, quando appare rudezza e chiusura ma grande personalità ci viene in mente il Refosco; simpatia, allegria e un pizzico di sana superficialità… Prosecco”. È così che scrissero le sorelle Anna e Chiara Brisotto e il fratello Antonio in un volumetto celebrativo dei cent’anni della loro cantina, nel 2015. Io questo testo l’ho letto solo adesso, complice l’incontro che ho avuto a Pordenone con Anna e Chiara, durante la presentazione di un mio libro. I loro vini non li conoscevo. Li ho bevuti per la prima volta in quell’occasione. Mi sono piaciuti e così il giorno successivo, sulla via del ritorno, ho voluto far tappa da loro, a Porcia, nelle Grave pordenonesi, e lì a San Simone – questo è il nome dell’azienda – ho conosciuto anche Antonio. Con loro ho conversato a proposito del vino, delle sue prospettive e della necessità di nuovo umanesimo, che potrebbe scaturire dagli operatori della vigna. Del resto, quella similitudine tra vino e persone, che Anna, Chiara e Antonio hanno menzionato nel fascicolo, è un’idea che utilizzo spesso anch’io. Penso, infatti, che il vino sia una rappresentazione della vita, e che rifletta, dunque, il carattere del vignaiolo e anche quello del bevitore.
La grande sintonia di pensiero mi ha sorpreso. Non è così frequente trovarla espressa in maniera tanto esplicita. Prendete quest’altra loro frase: “Crediamo che nulla sia più interessante ed appropriato di interpretare il vino come un piacere della vita, un dono della terra e del lavoro, che ha il suo significato nella cultura del territorio dove si produce, attraverso le persone che contribuiscono a dargli realtà e sostanza”. Questa frase distilla il significato che anch’io riconosco al concetto di terroir, che è prima umanistico e poi anche razionale, e non può prescindere – sottolineo – dall’idea del piacere, che è insieme fisico e intellettuale.
Questi concetti i Brisotto li esprimono in modo pacato, del tutto scevro dall’enfasi che a volte purtroppo ammanta la produzione vinicola. Mi sono dunque fatto l’impressione che i vini, gentili ed eleganti come mi sono apparsi, assomiglino a questo loro modo d’essere, e dunque che le affermazioni dalle quali ho preso le mosse siano più che mai centrate. Credo poi che in questo processo di assimilazione tra vini e persone abbia ruolo anche la consulenza enologica che presta loro Andrea Boaretti, enologo padovano che mai cerca le luci della ribalta per sé – pur lavorando assai bene in numerose aziende italiane -, e preferisce invece agire con tatto e discrezione, in modo da favorire l’emergere del produttore.
Siccome non è mia abitudine stilare lunghi elenchi di vini, tra quelli che ho provato a San Simone ne ho scelti tre, e li presento a seguire.
Friuli Grave Pinot Grigio Ramato Case Sugan 2023 San Simone. Antonio dice che questo è il Pinot Grigio come si faceva in zona negli anni Settanta, quando lo si lasciava macerare sulle bucce per una notte, e dunque prendeva quella nuance vagamente rosata della lamina di rame o della buccia di cipolla. La macerazione non gli fa perdere freschezza, ma semmai gli dà pienezza di frutto – soprattutto d’albicocca -, di spezie dolci e di erbe secche, e poi quel finale asciutto e quasi tannico, che ne fa un vino assai gastronomico. (92/100)
Friuli Grave Cabernet Franc Sugano 2022 San Simone. In passato, alcuni vivaisti del Nord Est vendevano ai viticoltori delle barbatelle che dicevano essere di cabernet franc, ma erano di carménère. Ecco il motivo per cui ci sono nel Friuli e nel Veneto dei vini, come questo, che hanno in etichetta la menzione varietale Cabernet Franc e invece sono in tutto e per tutto Carménère. Secondo me il Carménère nordestino è un rosso modernissimo, capace di intridere il frutto di una rinfrescante vena balsamica, che chiama basse temperature di servizio. (90/100)
Metodo Classico Riserva Cuvée Blanc de Blancs Zero Dosage 2020 San Simone. Chi mi legge con maggiore frequenza sa della mia idiosincrasia per lo chardonnay, però Anna e Chiara hanno benevolmente insistito nel dirmi che questo metodo classico non dosato, fatto solo con le uve dello chardonnay, è assai caro ad Antonio, che lo ideò per il centenario aziendale, e dunque l’ho assaggiato. Il fatto è che poi mi sono ritrovato a berne due calici, perché la bollicina è incisiva e la florealtà accattivante e assai bene espressa. Ottimo aperitivo. (89/100)


