Dovremmo andarne fieri del Cartizze, soprattutto dry

cartizze_andreola_500

Ho sostenuto più volte che la miglior espressione possibile del Prosecco, e soprattutto del Prosecco di Valdobbiadene, è nella versione dry, ossia quella più morbida e carezzevole, che da subito è avvolgente e setosa e poi, col passare degli anni, si fa più complessa e fascinosa, così come succede per certi mobili artigiani, che si arricchiscono man mano di quella patina che solo il tempo può dare e li fa inimitabili, e preziosi. Lo riaffermo adesso che ho avuto modo di bere, con piena soddisfazione mia e dei miei commensali, una bottiglia del Cartizze – pardon, del Valdobbiadene Superiore di Cartizze, e no, Prosecco in etichetta non c’è scritto, perché non è obbligatorio – di Andreola, l’azienda agricola di Stefano Pola con sede a Col San Martino, nel comune di Farra di Soligo, zona prosecchista storica, quella delle vigne di glera abbarbicate sui fianchi dei colli, che hanno meritato l’attribuzione del titolo di patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco, e chissà quale riconoscimento sarebbe dovuto al pezzo di terra benedetto da cui proviene questo vino, giacché la collina valdobbiadenese di Cartizze, che sta nella frazione di San Pietro di Barbozza, se ce l’avessero in Francia la chiamerebbero grand cru o qualcosa del genere, per dire che le uve che maturano lì – in quei centosei ettari – sono proprio speciali, e hanno quel qualcosa in più, che nel mondo dello show business si definirebbe l’x-factor, e quando il talento ce l’hai devi solo fare attenzione a non sprecarlo.

Insisto che il Superiore di Cartizze io lo vedo proprio dry, e accetto l’obiezione che oggi, nel tempo dell’infatuazione per le bolle secchissime e taglienti, passi per un’affermazione anacronistica, ma vivaddìo, questa è la storia delle bollicine, qui da noi come nella Champagne, giacché i vini spumanti nacquero amabili e addirittura dolci, però sempre bilanciatissimi, come dev’essere di un vino ben fatto, e omaggio il saper fare dell’enologo di Andreola, Mirco Balliana, che quest’equilibrio lo sa preservare, e prima o poi, se l’incontrerò, gliene renderò grazie di persona, perché non è affatto facile, credetemi, tirar fuori di cantina una vino con ventisei grammi di zuccheri per litro e poterlo bere per l’aperitivo, e poterlo servire sull’antipasto – che sia di verdure, di erbe, di pesce, di salumi, di fegato, di formaggi, insomma con qualunque antipasto – e poi seguitare con i primi piatti – che siano paste o ravioli o un riso con il primo asparago della stagione, come ho fatto io – e ancora più avanti coi pesci di mare e di fiume e di lago e perfino, chessò, con le carni d’aia o con gli ortaggi, e dopo anche con i formaggi, pressoché tutti quanti. Insomma, è quasi un passe partout che sa di fiori e di vaniglia e di agrumi e di pesche bianche e di sale. Vino che scaccia i cattivi pensieri, che porta con sé la fioritura dei prati in primavera. Ecco, sì, un fuoriclasse, un vino di quelli che li facciamo così solo in Italia, ed è, come i mobili artigiani che dicevo all’inizio, inimitabile e prezioso, e dovremmo andarne ben fieri.

Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2024 Andreola
(95/100)