Ventitré anni fa, nel 2003, eravamo ai primordi dell’epoca dei blog e degli e-commerce, nuovi strumenti digitali che stavano incominciando a sovvertire i paradigmi della comunicazione e del commercio. Quell’anno, intervenni come relatore a un convegno, in Trentino, e affermai che internet, in ragione della sua immaterialità, non era il canale adatto al vino, la cui esperienza è prettamente sensoriale, e dunque “analogica”. Fui, per questo, molto criticato, ed è anche vero che in quell’occasione dissi che non avrei mai aperto un blog, e invece lo feci di lì a pochi mesi, ma se lo feci è perché, sentendomi limitato e compresso nella partecipazione alla stesura delle guide vinicole, dei manuali enologici e delle pubblicazioni periodiche tradizionali (con cui cessai la collaborazione nel 2008), fui mosso dall’esigenza di avere uno spazio nel quale intraprendere liberamente un tentativo molto personale di narrazione del vino, percorso che è confluito in seguito nei miei libri “Esercizi spirituali per bevitori di vino” (che è del 2023) e il recente “Il profumo del bicchiere mezzo pieno”. Se riprendo il tema del digitale e del vino è perché ho letto un intervento della scrittrice Annalisa Ambrosio sull’inserto domenicale del quotidiano Il Sole 24 Ore.
Nell’articolo, uscito il 18 ottobre, l’autrice non parla del vino, bensì dell’immaginazione erotica, rifacendosi a un saggio scritto nel 1986 da Anne Carson, oggi fresca di premio Nobel per la letteratura. “Le culture orali e quelle scritte – diceva Carson – non pensano, non percepiscono la realtà allo stesso modo né si innamorano allo stesso modo”, tant’è vero che la nascita della scrittura ha comportato una predominanza della vista sugli altri sensi. “La questione – osserva Ambrosio – può diventare di un’attualità disarmante: non è che siamo in presenza di un nuovo salto tecnologico che sta trasformando la nostra esperienza di amore come l’enorme rivoluzione che ci fece passare dalla cultura orale a quella scritta?“. Domanda quanto mai stringente ora che la comunicazione interpersonale è affidata soprattutto (o quasi solo) ai social media (Facebook è arrivato in Italia nel 2008, e ha cambiato le regole del dialogo fra le persone; WhatsApp ha ormai sostituito perfino le telefonate). Il nodo, aggiunge Ambrosio, è “capire come queste tecnologie della comunicazione influenzano la capacità di immaginare e, quindi, di desiderare e innamorarsi“, alla luce del fatto che la vista, addirittura, “ha acuito il suo dominio sugli altri sensi”. Tant’è che “gli oggetti del proprio desiderio si possono raggiungere a una velocità inaudita, in una dimensione, però, sempre più lontana da quella materica dei corpi. E qui entra in gioco il vino.
Torno a sottolinearlo: il vino è un’esperienza dei sensi, ha bisogno dell’assaggio per essere apprezzato. Non è così per la cucina (la fotografia di un piatto cucinato evoca le sue componenti, le tecniche di cottura, i condimenti, solletica le nostre memorie organolettiche, e ci fa immaginare in maniera plausibile il sapore della ricetta), per i viaggi (se vedo una fotografia di un luogo nel quale non sono mai stato mi ci posso immedesimare), per lo stesso erotismo (l’esperienza corporea è patrimonio individuale). Vedere un bicchiere di vino fotografato non mi dice quasi nulla sull’esperienza che posso avere di quel vino. Ecco perché non mi stupisce l’attuale crisi del vino. Per sua stessa forma e natura, il vino non sa e non può esprimersi in maniera immateriale, ma ha bisogno della fisicità. Questo spiega perché il vino è diventato “vecchio”, ed è entrato in crisi.
È chiaro che nell’odierna difficoltà del vino entrano in gioco ragioni di altro genere, come quella economica, salutistica o strutturale (ne ho scritto così tanto che ripetermi sarebbe ridondante), ma le trasformazioni sono sempre, prima di tutto, culturali, e la mutazione sostanziale del rapporto fra vino e singole persone è la stessa che propone Annalisa Ambrosio, e che già intuiva Anne Carson, a proposito dell’erotismo, dell’amore e, in fin dei conti, del desiderio: il cambio degli strumenti di comunicazione ha cambiato anche i modi del comunicare, e il vino non è adatto a questi modi. Vent’anni fa dicevo che il vino non è fatto per il mondo digitale. La mia era una semplice intuizione. Ora ne capisco la motivazione.

