Se utilizzassimo il bag in box per la didattica del vino?

calice_tovaglia_quadretti_500

Sul suo blog il torinese Fabio Bruno si presenta come “un tranviere figlio d’un tranviere” e pubblica la propria foto in divisa da sommelier, calice in mano. Insomma, un appassionato che condivide la propria passione, e il titolo del suo blog non è mica a caso Vinoamoremio.

Ci capita di tanto in tanto di conversare su Facebook. Mi ha colpito e fatto pensare quel che ha scritto di recente a commento del mio pezzo sui vini della “mediocrità”, quelli che rappresentano la maggioranza delle bottiglie bevute, anche se non sono bottiglie che ricevono encomi dalla critica, e che anzi la critica neppure si fila di striscio.

Riporto qui quel che mi ha scritto: “Io faccio parte della classe media operaia, so per certo che se tento di spiegare ad un mio amico o collega la bontà e la qualità di un vino dal costo di 15-20 euro il mio interlocutore si fissa sul costo e ogni mia parola, secondo lui, è rivolta soltanto a giustificare tale apprezzamento. Potrei invece attirare la sua attenzione se gli facessi assaggiare un vino sfuso e uno in bib e spiegargli l’evidente differenza anche se il costo di tali vini (magari stesso vitigno) al litro è di 3-4 euro”.

Ecco, queste parole mi hanno fatto riflettere. In particolare aprendo una prospettiva per me totalmente nuova sul valore “didattico” che potrebbe essere affidato al confezionamento in bag in box (è quel che Fabio Bruno ha chiamato, in sigla, bib).

È noto che io sono un sostenitore del bag in box. Ma lo vedevo solo come strumento capace di garantire al consumatore di poter continuare a bere lo stesso vino per più giorni senza problemi di ossidazione. Insomma, una forma di buona conservazione per il vino d’uso quotidiano.

Non avevo invece mai pensato che lo si potesse utilizzare anche come forma d’ingresso al vino di qualità per un pubblico generalista. Si tratta di un’idea che trovo molto, molto interessante.

Effettivamente, c’è una grossa differenza tra bere lo “sfuso” e il vino confezionato in bag in box. Nel primo caso le alterazioni sono all’ordine del giorno, nel secondo non ve ne sono, il vino resta integro. La differenza si nota eccome. In più, la scatola del bag in box ha tanto spazio e potrebbe essere utilizzata per contenere quelle informazioni più semplici che un consumatore generico comunque spesso non possiede. Insomma, ripeto, potrebbe essere uno spazio per una prima, introduttiva, elementare didattica del vino.

Dunque, di qui l’esortazione ai produttori a ripensare all’uso del bag in box, a non averne timore, a non vergognarsene, ma anzi a ritenere che si tratti di una leva importante per avvicinare più gente al vino di qualità. Una leva che permette di fare il primo passo. A prezzo popolare.


Scrivi un commento

3 comments

  1. Luciano Maizzi Rispondi

    Mi sembra un’ottima idea, speriamo abbia seguito.

  2. Emiliano Rispondi

    Davvero ottima la considerazione di Fabio Bruno. Un approccio meno “snob” alla materia potrebbe portare grandi vantaggi a chi, per mestiere o per passione, parla di vino. Ovviamente complimenti all’autore per aver dato la giusta rilevanza al commento del collega.

  3. Nic Marsél Rispondi

    Secondo me, in quel senso, il BIB è addirittura meglio per l’olio.