Il terroir non è il territorio, mettiamocelo in testa

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Spero che adesso che è venuto qui in Italia a dirlo un gigante come Aubert de Villaine, comproprietario del Domaine Romanée-Conti, una delle realtà del vino più prestigiose al mondo – forse la più prestigiosa in assoluto – cominciamo a mettercelo in testa anche da noi che territorio e terroir sono due cose diverse. Diversissime. Perché il terroir include il territorio ma non si esaurisce assolutamente in questo.

Da anni vado dicendo in decine di convegni e tavole rotonde che noi italiani, che viviamo nella culla dell’umanesimo, abbiamo una visione razionalistica del vino, che crediamo debba nascere dalla congiunzione fra suolo, vitigno e clima, che sono i lati di una sorta di triangolo rappresentativo del concetto di territorio.

La Francia, invece, patria del razionalismo, ha elaborato nei secoli il concetto umanistico di terroir, che potremmo rappresentare con un quadrato che he tre lati costituiti da suolo, vitigno e clima, ma poggia sul quarto lato rappresentato dalla realtà umana, e dunque in quest’idea il vino è l’interpretazione del territorio che viene data da una persona, il vignaiolo, che vive intimamente interconnesso con la propria comunità locale, con le sue storie, le sue tradizioni, il suo folclore, la sua cultura.

Ecco, intervenendo alle “Giornate dedicate a Giulio Gambelli”, nella Rocca d’Orcia, Aubert de Villaine ha spiegato che il concetto di terroir va “al di là del rapporto tra vitigno, microclima e suolo”, e dunque “abbraccia praticamente ogni aspetto della vita di un territorio, da quello economico a quello culturale ed umano, in un equilibrio di cui il vignaiolo deve imparare a prendersi cura, come farebbe un buon padre di famiglia”. La sintesi, perfetta, è stata tracciata da WineNews.

Sarebbe decisamente ora di cominciare a pensare al vino in questa prospettiva anche in Italia. La differenza tra noi e i francesi non sta tanto nei vitigni, nei suoli, nei climi, neppure nelle tecniche di cantina o di gestione delle campagne, quanto nell’idea che è sottesa al fare vino. Noi predichiamo il razionalismo del territorio, loro si affidano all’umanesimo del terroir. Vincono loro. Per forza. Almeno finché anche noi non penseremo in questa maniera. Temo servano generazioni, ma è meglio iniziare subito a colmare le distanze, e qualche segnale in verità lo intravedo.


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3 comments

  1. Nic Marsél Rispondi

    E se si sovrastimasse il ruolo del vitigno, soprattutto in presenza di un solo eletto per un determinato territorio?

  2. Nic Marsél Rispondi

    E aggiungo: la monocoltura è notoriamente deleteria, il monovitigno in un contesto di monocoltura è inquietante.

  3. Paolo Menapace Rispondi

    Caro Angelo, sono pienamente d’accordo.