Si può essere innovatori rivalutando la tradizione

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Quando si pensa alle uve dei vini rossi di Bordeaux viene spontaneo riferirsi al cabernet sauvignon e al merlot. I più accorti aggiungeranno il cabernet franc. Sono questi, del resto, i tre vitigni dominanti, quelli che si è soliti chiamare, appunto, “bordolesi”. In pochissimi citeranno poi il petit verdot, il carménère e il malbec, che, insieme, fanno solo il due per cento dei vigneti “da rosso” dell’enorme regione dei vini di Bordeaux. Eppure appartengono alla tradizione bordolese anche loro.

Stéphane Donze è il presidente del Syndicat Viticole des Côtes de Bourg, e quella di Côtes de Bourg è una delle denominazioni di origine “minori” dell’area bordolese. Sono stato a trovarlo a Wine Paris, ma non per il suo ruolo istituzionale. Volevo riassaggiare il suo vino, quello di Château Martinat, e aveva il 2014. Ne avevo acquistato alcune precedenti annate e l’avevo sempre visto confermarsi uno splendido esempio di bevibilità e di eleganza ad un prezzo accessibilissimo, come talora è ancora possibile trovare, appunto, nelle appellation meno celebrate della galassia di Bordeaux. Ebbene, sono stato contento di averlo incontrato non solo per il suo vino, che mi si è ancora una volta dimostrato impeccabile, ma anche per quel che ne ho appreso.

Donze è un sostenitore del malbec. Dice che la storia bordolese è fatta anche di malbec e che è stato un peccato averlo trascurato per assecondare lo strapotere dei cabernet e del merlot, cari al gusto “internazionale”. Lui per l’aoc della Côtes de Bourg il malbec ce lo vede proprio bene, ci sono a suo avviso tutte le condizioni per farlo rendere al meglio. Ci crede a tal punto da usarne un venti per cento nel suo vino in taglio col merlot. “Quindici anni fa mi sono detto che era stupido non valorizzare il malbec, così abbiamo fatto degli studi e abbiamo deciso di fare delle selezioni massali da vari cloni e abbiamo condotto delle microvinificazioni per trovare i più adatti al nostro terroir e reimpiantarli. Noi siamo differenti dal resto di Bordeaux, dobbiamo essere differenti, e il malbec ci aiuta con la sua specificità. Il malbec ci permette di spiegare la nostra differenza”, mi ha raccontato.

Ecco, trovo questa cosa molto interessante perché è la dimostrazione che se si vuole davvero rilanciare un territorio del vino, è perfettamente inutile andare a cercare chissà quali artifici viticoli o enologici. Basta guardarsi indietro, chiedere ai vecchi, leggere le carte d’archivio. vedere cosa c’era in passato e trovare il modo per ricavarci nuove opportunità per il futuro. Certamente, si può essere innovatori rivalutando la tradizione. Magari attraverso una resurrezione delle varietà meno alla moda, che però sono lì non per caso. Come il malbec in Côtes de Bourg. Molto interessante, ripeto.

Ora, il vino, e confermo che mi è ancora una volta piaciuto questo rosso di Château Martinat, capace di presentarsi con un frutto pulitissimo e rotondo e una bevibilità che ormai dovrei conoscere e invece ogni volta mi sorprende e un tannino (quello un po’ rustico del malbec) che sostiene il sorso e aggiunge personalità, e un sale che offre l’allungo. Un vino “très gourmand” come si dice il Francia quando si parla della golosità d’un bicchiere.

Ah, in cantina costa 10 euro. Un affare.

Côtes de Bourg 2014 Château Martinat
(91/100)

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