Amarone 2012, nuove strade cercansi

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All’Anteprima dell’Amarone dell’annata 2012 ho scelto di assaggiare – rigorosamente alla cieca, ça va sans dire – solo i vini già in bottiglia, evitando invece quelli ancora in vasca. Per un motivo. Quando assaggio un vino in vasca vorrei sapere se quella vasca (legno o acciaio o cemento o anfora o vetroresina o qual cavolo che è) contiene una cuvée già in versione definitiva, e dunque in attesa solo di un ulteriore affinamento – più o meno lungo – prima di passare nel vetro, oppure se si tratta semplicemente di una singola botte. Ovvio che su un vino “importante” come l’Amarone è un’informazione non da poco. Non disponendo di quest’informazione, ho scelto di dedicarmi solo ai vini pronti per finire sul mercato, quelli già imbottigliati. Che erano in tutto trentatré.
Ebbene, che parere mi sono fatto sull’annata amaronista del 2012 sulla base di questi trentatré campioni?
Prima di dire la mia impressione, e per tentare di darne spiegazione, mi tocca fare un passo indietro.
Nel corso del convegno mattutino che, secondo l’uso consortile apre l’Anteprima (credo sarebbe il caso di spostarne l’orario, ché le ore del mattino sono le migliori per assaggiare i vini, non già per ascoltare i discorsi), Diego Tomasi, ricercatore del del Centro di Ricerca per la Viticoltura Cra-Vit di Conegliano Veneto, ha affermato che quella del 2012 è stata la prima annata che ha davvero dovuto fare i conti con gli effetti del cambio climatico. Bene, prendo per buona quest’affermazione per cercare di spiegarmi quella sorta di “effetto confusione” che ho trovato nei miei trentré calici di Amarone. Insomma, se in passato lo stampo modernista dell’Amarone, fatto di colori impenetrabili, dolcezze pronunciate, alcol in abbondanza e tannino esposto, marcava un’amplissima maggioranza dei vini presentati alle varie Anteprime succedutesi nel tempo, oggi è come se i produttori valpolicellesi fossero alla ricerca di nuove strade, magari sotto la spinta proprio di stagioni sempre più anomale, che poco hanno a che vedere con le esperienze maturate nei decenni.
Oh, sia chiaro, non rimpiango per niente l’Amarone sdolicinato e palestrato del passato, e dunque ben vengano le nuove idee. Ma nell’annata 2012 le ho trovate ancora solo abbozzate. Sembra peraltro prevalere, almeno in questi primi vini già in bottiglia, una qualche tendenza a preservare una maggiore freschezza e a fare vini in qualche modo più “bevibili”, più adatti alla tavola – e meno male! -, pur con la sostanza alcolica dell’Amarone.
Sarà questo il futuro dell’Amarone? Lo spero. E spero che questa ricerca di snellezza porti con sé anche una crescente attenzione alle identità territoriali delle vallate valpolicellesi.


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