Bere vino al ristorante è diventato un problema per via dei costi e delle quantità. Una bottiglia intera in due non si finisce e il cosiddetto servizio al bicchiere il più delle volte è così limitato da dissuadere la clientela, senza considerare i costi elevatissimi cui viene spesso effettuato e il rischio di pagare tanto per bere vini svaniti. Purtroppo, mancano quasi sempre le bottiglie piccole da 0,375, spregiativamente dette mezzine, che sarebbero invece un’ottima soluzione, perché permettono di bere bene e in due si finisce la bottiglia, che contiene quattro bicchieri. È difficile anche bere a casa, dov’è ancora più improbabile che la bottiglia intera venga finita. È vero che la bottiglia si potrebbe sbicchierare un po’ per volta con Coravin, oppure che si può spillare il vino dal rubinetto dei bag in box, ma se bevi un bicchiere per sera, ti tocca bere lo stesso vino per una settimana e più. Una noia.
In Australia c’è chi spinge per una soluzione alternativa: i flaconcini da 0,187, metà della metà di una bottiglia, l’equivalente di due bicchieri in un ristorante dalle nostre parti. Vero che in sé non è una novità assoluta, perché in passato ci hanno provato anche altrove, ma si trattava di piccole partite, di sperimentazioni. Invece in Australia c’è chi fa sul serio: è l’azienda Australian Vintage, una delle principali del paese, che lancia il brand e il formato Poco Vino, un marchio registrato che è scritto proprio così, in italiano. Il wine writer britannico Robert Joseph sul suo canale Substack si è addirittura chiesto se gli australiani stiano per fare la terza rivoluzione del vino, dopo aver affermato nel mondo il tappo a vite e il bag in box.
L’ideazione dei flaconi di vino è stato (ovviamente) preceduta da un’indagine di mercato, condotta su tremila bevitori di vino (una platea di tremila teste per un’indagine di mercato è molto vasta). I risultati si leggono su The Drink Business: più dell’ottanta per cento degli intervistati si è dichiarato disposto a prendere in considerazione l’acquisto, quasi metà in aggiunta (e non in sostituzione) ai formati già esistenti sul mercato. Io sarei tra quelli disponibili all’acquisto, se la gamma in commercio fosse in grado di soddisfare la mia curiosità di conoscere vini nuovi. Per far questo, sarebbe necessario che fossero molti i produttori che propongono questa forma di confezionamento, ma su questo non mi pongo grandi dubbi, perché nel settore del vino l’innovazione che funziona viene presto imitata. È chiaro che in caso di ampia diffusione, che coinvolgesse una molteplicità di territori, i costi unitari dei flaconi potrebbero non essere bassi, ma certamente spenderei molto meno che a continuare a comprare bottiglie di cui devo due o tre bicchieri soltanto. Dunque, spero che il progetto di Australian Wine funzioni benissimo, sebbene tema che anche in caso di successo, gli italiani saranno tra gli ultimi ad accodarsi, così come accade, banalmente, col tappo a vite, che ci vede ancora assurdamente titubanti. Da noi c’è ancora la mania del rito, la forma anziché la sostanza.


