Volete cenare?

volete cenare

Vado ad abitare in un paesino in mezzo ad alberi e vigneti e faccio un giro ricognitivo. Le prime cose che ho piacere di conoscere sono ristoranti e trattorie. Soprattutto trattorie. Ho il pallino del locale a gestione familiare dove posso mangiare la sera quando finisco tardi di lavorare, quando non ho niente di buono in dispensa, quando non ho voglia di cucinare, praticamente una succursale di casa. Mi sembra un sogno avere un ristorante raggiungibile a piedi dal portone di casa. Entriamo. Ragazzina giovanina e mingherlina scodinzolando la sua bionda coda di cavallo ci vede ma ci snobba. Non saluta. Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Ci degna di considerazione ed esordisce con una domanda alquanto originale: “Siete in due? Volete cenare?” Sento che le labbra mi si muovono per comporre nuove parole e degne risposte ma taccio. “Preparo il tavolo” e sparisce. Sparita. Dopo qualche minuto arriva il titolare. Stesse domande, stesso buon proposito di prepararci il tavolo e sparisce. Sparito. Per la prima volta ospiti di questo ristorantino, semi vuoto, siamo accolti al tavolo posizionato, magistralmente, tra il dietro del frigo e la mensola dove vengono dimenticati i piatti sporchi abbandonati alla catsum e i cestini in cotone del pane, gli unici oggetti che salvo insieme al vino che però è opera del produttore e al ristoratore, semmai, va il merito della scelta. Asciutta e dura la carne, triste e banale l’impiattamento, al limite del ridicolo il servizio, sproporzionato il conto. Sono passati tre mesi e non ho ancora digerito.


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