Il vino è fatto per stare in tavola

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A fare un buon vignaiolo concorrono per il cinquanta per cento la capacità di osservazione del proprio terroir e per l’altro cinquanta per cento la padronanza nella gestione della vendemmia. L’affermazione è piuttosto netta, ma certamente degna di sottolineatura. L’ha detta il celebre sommelier transalpino Olivier Poussier alla Revue du Vin de France.

In effetti, la capacità di “leggere” il proprio ambiente, naturale ed umano, e quella di “rovinare il meno possibile” l’uva d’eccellenza portata in cantina sono due prerogative essenziali di chi faccia del buon vino. Lo sostengo anch’io, da sempre.

Così come mi ritrovo nell’idea di Poussier quando aggiunge di essere “molto sensibile alle nozioni di purezza, di freschezza e di equilibrio”, riguardo al vino. Dice di non essere “alla ricerca dei mostri di concentrazione” e che anzi quelli non gli interessano per niente, come non interessano e non sono mai interessati a me, in effetti. E aggiunge che quando pensa a un vino, lo immagina sempre servito a tavola. Dunque, “ricerco la bevibilità, la digeribilità, e quelle passano per forza attraverso una nozione di equilibrio, di freschezza e di sapidità”. Concordo, concordo totalmente.


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