Quel che mi confermano i vini in tappo a vite

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Considero i vini di Novaia tra le più genuine espressioni dell’appartenenza identitaria alla Valpolicella, e in particolare alla valle di Marano, che è quella dove i rossi hanno corpo più snello, talora quasi ossuto, e colori più delicati e acidità più affilate. Sono stato dunque preso da assoluta e poco frenabile curiosità quando Marcello Vaona s’è proposto di mandarmi tre annate del Valpolicella della sua azienda maranese, tutt’e tre imbottigliate con la capsula a vite. Perché mi si consentiva di verificare il comportamento della chiusura a vite – che ho sempre sostenuto – su dei vini coerenti con lo stile che più mi si confà in terra valpolicellese.

Le annate era diversissime, due vicine e una più lontana, e dunque il test ancora più interessante. Una era la 2013, la prima imbottigliata a vite da Novaia, e fu annata calda. La seconda era la 2017, che fu annata povera di prodotto, per via delle gelate di maggio. La terza era la 2018, annata invece di carica, ché le vigne avevano dato quell’anno quanto era stato loro sottratto l’anno prima.

La 2013 si è mostrata la più carica nel colore, come era da aspettarsi, stante il diverso andamento stagionale, e anche la più complessa, segno che il vino, pur chiuso a vite, aveva beneficiato di bell’evoluzione, ancorché la giovinezza fosse esemplare, e dunque vi fosse ancora vita prospettica. Tuttavia, era da subito la componente speziata ad essere dominante, e solo i minuti hanno consentito la liberazione di una gustosa ciliegia asprigna e croccante. A conferma che comunque il vino in tappo a vite chiede, dopo l’apertura, un attimo di pazienza per far sì che possa copiutamente esprimersi.

Per la 2017 mi si è rivelata un’anomalia alla svitatura. La membrana che sta sotto alla capsula, all’interno, si era completamente staccata e costituiva di fatto corpo a sé. Temevo che il vino potesse averne subito una conseguenza, e purtroppo questo mi si è confermato all’assaggio, apparendo direi quasi muto sia all’olfatto che al palato, e gradualmente anzi una sottilissima vena ossidativa s’è fatta avanti. Prova che neppure il tappo a vite può garantire in toto, essendo soggetto ad anomalie “meccaniche”, seppure le problematicità siano ridotte assai – meri incidenti – rispetto alle tappature più tradizionali.

La 2018 era già dal colore come mi aspettavo potesse e anzi dovesse essere un rosso di quel millesimo copioso, e dunque scarico assai nella livrea e brillante. Anche l’asprezza delle ciliegia di montagna s’è manifestata immediatamente, mettendo in luce l’indole maranese perfetta di quel Valpolicella. Semmai, l’acidità è risultata nei primi attimi quasi scomposta, per poi placarsi percettivamente, integrandosi nella bevibilità davvero consistente del vino. Ed anche in questo caso, dunque, a premiare è stata la pazienza.

Ne ricavo almeno tre conferme.

La prima è che la chiusura a vite consente al carattere dell’annata di assumere una sorta di effetto moltiplicatore, esaltandone le prerogative, di qualunque tipo esse siano.

La seconda è, come detto, che quando si stappa un rosso chiuso a vite occorre avere l’accortezza di attendere un attimo prima di passare alla bevuta, per dargli modo di ricomporsi. Suggerirei anzi di utilizzare sempre il decanter, la caraffa, o un aeratore.

La terza, come pure ho annotato, è che nessuna chiusura, neanche quella a vite, è immune da rischi tecnologici.

E ringrazio Marcello Vaona e la sua famiglia vignaiola per questa splendida opportunità offertami. E per la bellezza sincera dei loro Valpolicella.


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