Prosecco, e se avesse (ancora) ragione Bisol?

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Nel 2011 Gianluca Bisol aveva colto tutti di sorpresa affermando che entro venticinque anni la domanda di Prosecco avrebbe superato il miliardo di bottiglie. All’epoca – e il 2011 sembra un’epoca lontanisima per le bollicine veneto-friulane – il Prosecco era attorno ai 250 milioni di bottiglie. Oggi siamo oltre i 650 milioni di bottiglie. La “profezia” parlava di un quarto di secolo, sono bastati sei-sette anni per un balzo di questo genere.

Nel 2014 la metà della Bisol è passata alla famiglia Lunelli, i trentini del marchio Ferrari, che due anni dopo sono saliti all’80 per cento. Se Gianluca Bisol è rimasto presidente della Bisol, Matteo Lunelli è invece l’amministratore delegato del gruppo Lunelli e il vicepresidente di Bisol. Ed è stato a Londra che, parlando del Prosecco, proprio Matteo Lunelli si è lanciato a sua volta in una profezia. Quella che afferma che se finora i consumatori di Prosecco si sono concentrati solo sulla categoria del vino, e non sul produttore, c’è ancora spazio per crescere puntando sul brand aziendale. Una risposta piuttosto netta a chi, fra gli inglesi presenti in quell’occasione, sosteneva che il Prosecco nel Regno Unito ha ormai raggiunto il picco di crescita e che dunque è destinato a rallentare.

Sono considerazioni che leggo sul magazine britannico Decanter. E leggo anche che Lunelli ha spiegato che si può cambiare il focus dalla quantità alla qualità. “That’s what we want to pioneer”, ha detto. Se dunque avesse ragione di nuovo Bisol? Intendo, chi rappresenta questo brand. Prima la profezia di Gianluca Bisol, ora quella di Matteo Lunelli.


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