Ho posto a Google la seguente domanda: perché beviamo vino? L’intelligenza artificiale del motore di ricerca mi ha fornito una dettagliata risposta, che incominciava così: “Si beve vino principalmente per il piacere sensoriale e il contesto sociale che lo accompagna“. Da questa risposta credo di aver capito uno dei motivi – e forse il principale – per cui il vino piace poco alle nuove generazioni e interessa via via meno alle precedenti.
Infatti, se il motivo prioritario per cui si beve vino, al di là del puro piacere sensoriale, che può essere trovato in molte altre cose, è il contesto sociale, allora è logico che il vino funzioni meno in quest’epoca nella quale il contesto sociale della condivisione fisica è gradualmente venuto a mancare, surrogato da una trama di relazioni immateriali – si usa dire “virtuali” -, intessute tramite i social media. Se le relazioni sociali sono ridotte a qualcosa di immateriale, con gli altri utenti, che nella maggior parte dei caso non abbiamo mai visto di persona, si possono scambiare immagini, parole, insulti ed epiteti, ma non si può intrecciare un’esperienza fisica com’è quella di bere un bicchiere di vino in compagnia.
Si potrebbe obiettare che, allora, anche il cibo dovrebbe subire la medesima sorte. In parte è vero, e la sta subendo: la crisi della ristorazione non è legata solo alla carenza di personale e ai costi sempre più elevati. In parte, tuttavia, il piacere edonistico del cibo si è potuto trasferire in una dimensione digitale, perché ha il potenziale per farlo: dalla fotografia di una pizza abbiamo la possibilità, tramite l’esperienza delle molte volte che abbiamo mangiato la pizza, di pregustarne il sapore e di valutare, più o meno, il punto di cottura e perfino la qualità delle materie prime. Nel caso della pizza, così come di ogni altro cibo, il gusto “si vede”, tanto che si usa dire che “anche l’occhio vuole la sua parte”. La fotografia ne diventa un surrogato. Col vino questo non può accadere, poiché è impossibile valutarne il gusto semplicemente vedendone la fotografia. In sé, il solo colore del vino non spiega nulla, a meno che si tratti di un colore caratterizzante e distintivo, com’è stato per i rosé provenzali. Ma un bicchiere che contenga del liquido rosso o del liquido giallo non trasmette un’idea di sapore, e dunque non proprone un surrogato di piacere.
Più di vent’anni fa – credo fosse il 2003 – nel corso di una tavola rotonda dissi che il digitale non è il luogo del vino. È chiaro che si trattava di una semplificazione, giacché il mondo non è mai o bianco e nero, e dunque, in parte, il digitale è stato ed è “anche” un luogo del vino, ma continuo a pensare fondata la mia tesi di allora: il vino vuole un’esperienza concreta – potrei dire “analogica” in contrapposizione a “digitale” -, perché il suo piacere non è solo edonistico, ma è anche e soprattutto sociale. Così avverte perfino l’intelligenza artificiale, la quale, aggregando pareri diversi attraverso la rete virtuale, offre una visione d’assieme plausibile del pensiero maggiormente diffuso. Questo conferma che il vino è avvertito come un qualcosa che per stare insieme ad altre persone, e questa proprietà è inconsciamente considerata obsoleta nell’epoca della solitudine digitale.
Penso dunque che se il vino vuol superare la sua crisi attuale, debba recuperare la propria dimensione sociale. Mi pare che lo dimostri il fatto che ogni volta che il vino si presenta in un contesto aggregante e informale, il pubblico partecipante è molto numeroso, e l’età media non è affatto elevata. Forse la reinvenzione del ruolo aggregativo del vino può diventare la fonte di un suo rinnovato successo.


