E in America esplose l’autoctono italiano

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In questo 2016 i vini italiani continueranno a catturare i cuori degli appassionati americani di vino. Lo sostiene Bruce Sanderson su Wine Spectator, tracciando le prospettive del mercato statunitense nel nuovo anno. Già, Sanderson, lo stesso che ha previsto il declino dei vini “naturali” in questi prossimi mesi. Da italiano dico che spero che ci azzecchi, quando scrive che secondo lui là negli States ci sarà un “interest in all things Italian”, in tutte le cose (vinicole) italiane. Perbacco.
“Una rinnovata focalizzazione sulle uve autoctone da un paese che vanta più di cinquecento varietà differenti – dice Sanderson – offre una stupefacente gamma di vini in grado di accontentare la maggior parte dei palati e dei portafogli. Dall’Alto Adige all’Etna, i bianchi e i rossi italiani sono relativamente poco complicati e grandi con il cibo”.
Va bene, però adesso non mettiamoci a fare gli italiani, eh? A fare i furbetti, intendo.
Non è che siccome sembrano cominciare ad andare di moda gli autoctoni ci mettiamo a piantare nebbiolo e barbera e corvina e garganega e fiano dappertutto, vero? Perché, guardate, il vitigno senza il suo territorio e senza il sapere umano sedimentato su quel territorio, da solo non vale granché, credetemi. A meno che si chiami pinot grigio, per dire, ma mica sempre è replicabile il successo commerciale di un vino commodity che funziona solo perché ha un nome che suona bene. Dunque, prima di tutto cerchiamo di salvare l’identità. Come assicurazione sulla vita.