Il Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti è consultabile on line sul sito del Corriere della Sera. Il lemma stile è definito primariamente così: “Insieme delle caratteristiche formali proprie di un’opera artistica, di un autore, di una scuola, di un’epoca”. Effettivamente, quel che apprezzo di più in uno scrittore è lo stile, non già la storia che narra. Anche una casa di moda si identifica col proprio stile e non per la singola collezione. Accade ugualmente per un direttore d’orchestra, il cui stile di conduzione attraversa le opere degli autori e le interpreta. Posso aggiungere che quel che considero essenziale in una casa spumantistica è possedere uno stile, prima di qualunque altra considerazione.
Conversando dei loro vini con Lucia e Giulio Barzanò, mentre eravano affacciati sulle vigne brumose dell’inverno franciacortino e su quel cumuli di pietrame fluviale che lì chiamano, in dialetto, mosnèi, mi sono sentito di affermare che quanto a mio avviso li connota, al di là di ogni altro dettaglio, è proprio l’adesione ad uno stile esplicito, che li traversa tutti, dal più popolare al più raro. La loro azienda, che ha il nome di Mosnel, come avrete già compreso, e che sta a Camignone, di là della cerchia morenica lasciata dal ghiacciao del Sebino, è una delle realtà che hanno fatto la storia del Franciacorta, giacché fu la madre di Giulio e Lucia, Emanuela Barzanò Barboglio, a spianare la strada a quest’enclave classicista dello spumante italiano, rinunciando all’autoclave, con la quale produceva, con considerevole successo commerciale, quantità sensibili di vini (ne vendeva centomila bottiglia solo a Milano e a novembre le scorte annuali erano già esaurite), che andavano sotto l’insegna di Pinot di Franciacorta. Per la cantina di famiglia fu una privazione assai rilevante (“fortuna che andavano anche i rossi e i bianchi fermi, abbiamo fatto quelli” ricorda Giulio), per la Franciacorta fu l’incipit di una nuova prospettiva.
Non ho ancora spiegato, tuttavia, quale sia lo stile che apprezzo nei Franciacorta del Mosnel. Ebbene, direi che sta nell’essenzialità. So che, dicendo così, rischio di non spiegarmi, ma è davvero difficile dettagliare, e dunque ricorro di nuovo al vocabolario. Anzi, a due. Quello della Treccani, che definisce l’essenzialità come la “capacità di sintetizzare cogliendo l’essenziale” e ancora quello sul Corriere, che parla invece della “eliminazione nella comunicazione di qualsiasi elemento esornativo”, e il significato di quest’ultimo aggettivo, che oggettivamente è usato con poca frequenza, credo vada illustrato, dicendo che è esornativo ciò che è “inteso ad abbellire con l’aggiunta di particolari, spesso tanto vistosi quanto superflui”. Ritengo che ora il concetto sia chiaro, perché i Franciacorta del Mosnel sono esattamente così, nitidi, chiari, essenziali, ricchi in sé, in quanto privi di qualsiasi vistosa inutilità, quella che invece ammanta – chioso – molte produzioni anche di moda, anche nel mondo della spumantistica.
Se poi volessi tentare una disamina un po’ più tecnica, potrei dire che i vini del Mosnel poggiano tutti su un trittico identitario molto ben cesellato, costituito dalla freschezza, dalla sapidità (con quella reciproca interconnessione che viene spontaneo riassumere con la definizione di mineralità) e dall’asciuttezza (niente smancerie zuccherose) che formano – anche col passare degli anni in catasta o in bottiglia – un essenziale unicum di elegante piacevolezza, distintiva e austera.
Nell’inciso qui sopra accennavo alla questione del tempo. I Franciacorta del Mosnel premiano chi li attende. Sono spumanti longevi. Bene fanno in azienda a crederci e anzi a farne un emblema, e chi – come me – appartiene al manipolo dei bevitori che ricercano la compiutezza dei vini pazienti, qui trova due fuoriclasse che appartengono – lo affermo – ai vertici assoluti della spumantistica italiana. Mi riferisco alle riedizioni decenni dell’EBB (l’acronimo ricorda la fondatrice) e soprattutto – e dico soprattutto perché sono un rosatista incallito – del Parosé.
Certo, questo genere di azzardo te lo puoi prendere se hai terra tua e vigna tua. Loro, i Barzanò, ne hanno quarantadue ettari e siccome è pressoché impossibile spiegare in etichetta, con la normativa attuale, che un vino spumante è “integralmente prodotto” in azienda, hanno anche dato vita alla delegazione locale della Fivi, la Federazione italiana dei vignaioli indipeendenti, “l’unico sistema che ci consenta di dimostrare che usiamo solo le nostre uve“. In tutto fanno tra le duecento e le duecentocinquantamila bottiglie l’anno, e quando sono andato a trovarli il magazzino dei vini “pronti” era pressoché vuoto, il che spiega il successo senza bisogno di parole.
Ora, i vini, con qualche piccola nota per ciascuno. In rigoroso ordine di assaggio.
Franciacorta Brut Nature. Affilato e citrino, è uno di quei vini per i quali qualcuno potrebbe azzardare la definizione di verticalità. Sa di erba luigia, di agrumi e nocciole di bosco, oltre che della classicissima crosta di pane. Merita un’ulteriore attesa in bottiglia, e certamente è destinato a crescere. (87/100)
Franciaciacorta Brut. Rappresenta metà della produzione aziendale ed è la sintesi delle diverse vigne e delle ultime annate, alla ricerca di continuità formale. Di beva immediata, è salatissimo, e la sapidità compensa i quattro grammi e mezzo di zucchero. Un perfetto esempio di bolla quotidiana. Ho detto perfetto. (90/100)
Franciacorta Pas Dosé. È esattamente il brut, ma senz’aggiunta di zucchero, e viene dal tiraggio d’un anno prima. Ha un bouquet gradevolissimo di fiori, di marzapane, di confetto da sposa, di susina gialla a prima maturazione. Croccante, sapido (un ricordo di cappero), lunghissimo. Molto buono, e gastronomico. (92/100)
Franciacorta Rosé Brut. Il vino più morbido, perché si spinge – lo dico sorridendo – a “ben” cinque grammi e mezzo di zucchero. È anche il più “giovane” tra gli spumanti aziendali, in termini di vendemmia della parte maggioritaria della cuvée. Cipria, vaniglia, mandola, confetto, albicocca, robes. Tracce di mentuccia. (85/100)
Franciacorta Satèn 2017. La sboccatura della bottiglia che ho assaggiato era del novembre 2021, e dunque molto recente, e anzi direi troppo recente. Al naso la varietalità della chardonnay emerge tutta. Riconoscibilissimo, traccia minerale inclusa. Il sorso è estremamente agrumato. Intendo limone, cedro, mandarino. (88/100)
Franciacorta Extra Brut EBB Riedizione 2010. Solo chardonnay che si affina nel legno vecchio. Si tratta di un capolavoro della pazienza, trattandosi di un lotto dell’EBB affinato più a lungo. Dorato, d’un oro vecchio fascinoso, è secchissimo, elegante, e anche nervoso e caratteriale. Salato, rugoso, interminabile. (95/100)
Franciacorta Extra Brut EBB 2010. È lo stesso vino del precedente, ma degorgiato cinque anni prima, quando venne originariamente messo in commercio. La crema inglese – intendo il sapore e la consistenza – è intrisa di vene mineraleggianti, ma anche di nuance di frutta candita e marmellata di cotogne. Fascinoso. (92/100)
Franciacorta Rosé Pas Dosé Parosé Riedizione 2010. Considero il Parosé uno dei più grandi vini rosa d’Italia. Forse il più grande. Questa riedizione del millesimo 2010 veste una livrea ramata e propone un profluvio di petali essiccati, spezie dolci, fruttini, arance, pompelmo rosa, e potrei proseguire, ma la complessità s’è capita. (98/100)
Franciacorta Rosé Pas Dosé Parosé 2010. Di nuovo il vino precedente degorgiato un quinquennio prima. Non a tutti piace il ciccolato bianco. A me sì, e il ricordo di crema di cioccolato bianco l’ho trovato avvincente. Come da attese, poi, la scorza d’arancia candita e la tessitura speziata. E un sorso infinito e salino. (96/100)


