Il problema dei vini rossi è l’alcol

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I vini rossi stanno faticando, sembra che piacciano sempre di meno e ci si domanda perché. Una spiegazione credo di intravederla sulle etichette dei quindici vini, arrivatimi come campionatura da varie aziende del centro e del nord Italia, che mi accingo ad assaggiare. Due vini fanno 13 gradi di alcol, uno 13,5, tre 14, cinque 14,5, altri tre sono a 15 gradi, uno a 16; la media è di 14,3 gradi, e si badi che non c’è alcun Amarone, Sfursat, Sagrantino o altri rossi da appassimento. Vini con tutto quell’alcol sono difficili da bere, stapparli durante un pranzo o una cena è impegnativo. Logico che la gente li beva sempre di meno; al limite, appena un bicchiere.

La crescita del tasso alcolico dei vini rossi è certamente conseguenza del cambiamento climatico. Fa più caldo, e questo porta le uve a concentrare più zuccheri, la qual cosa genera un aumento dell’alcol durante la fermentazione.

Per cercare di ovviare, c’è chi prova a raccogliere prima, col risultato di produrre vini dai tannini verdi, pressoché imbevibili, e infatti non si bevono; dunque, non è la soluzione.

Altri invocano la possibilità di applicare una parziale dealcolizzazione ai vini a denominazione di origine, cosa oggi vietata dalla normativa. Capisco che sotto il profilo tecnico possa anche funzionare, ma mi sembra una pratica molto invasiva, che potrebbe alterare in maniera significativa l’identità dei vini. Se un vino smarrisce la propria identità, non mi interessa più.

Qualcuno porta le vigne sempre più in quota, alla ricerca di freschezza, ma in certi territori le quote non ci sono, e in quelli dove ci sono la produzione in altitudine può rivelarsi comunque anti economica, fatto salvo che anche lassù per arrivare ad avere tannini maturi devi spingere avanti la maturazione dell’uva, e anche se il vino può risultare equilibrato, il problema dell’alcol rimane.

Una quarta possibilità sarebbe forse quella di ampliare la base ampelografica dei disciplinari di produzione delle denominazioni di origine, ammettendovi vitigni meno votati alla sovra maturazione, selezionati attraverso la ricerca agronomica. Però in Italia si continua a guardare con sospetto alla ricerca scientifica, quasi che fosse un tabù, dimenticando che le vigne sono tutte figlie di selezioni e di ibridazioni avvenute, lentamente, nei secoli.

La terza e la quarta ipotesi cui ho accennato hanno a che fare con la viticoltura. Io credo che il nodo sia proprio qui, e ritengo pertanto che l’intervento davvero necessario e urgente sia quello di cambiare la forma di allevamento delle vigne. L’attuale vigneto italiano è figlio della mania diffusasi negli anni Novanta, quella degli impianti fittissimi allevati a filare. In quegli anni era esplosa la moda del vinone tutto colore e muscolo, l’unico capace di acquisire gli agognati novanta e più centesimi di rating, e dunque di aprire le porte dei mercati internazionali. Produrre poca uva per pianta era diventato il sacro dogma della viticoltura, e i vignaioli se ne facevano vanto. Si ricercavano, anzi, cloni e portinnesti idonei a dare uve sempre più ricche di zuccheri e di colore. La critica vedeva con occhio assai benevolo questi interventi, e li premiava; direi che li sopravvalutava. Solo che adesso il nodo è arrivato al pettine, e quei vigneti ci consegnano delle uve esagerate, con l’alcol che esplode. Bisogna fare retromarcia e ripensare i vigneti.

Intanto, io sono qui pensieroso davanti ai miei vini da più di quattordici gradi. Ho aspettative che alcuni siano anche molto buoni, ma faccio un po’ fatica ad affrontarli.