Fivi, il Mercato è un successo, e dunque va ripensato

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Mentre scrivo queste righe non concosco ancora i numeri dell’edizione numero undici del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti, a Piacenza Expo, ma certamente sono stati imponenti. Io sono andato solo l’ultimo giorno, quello relativamente più tranquillo, dedicato in prevalenza agli operatori. Ho trovato comunque parecchio pubblico. Molti dei vignaioli meno lontani geograficamente che ho incontrato mi hanno detto di essere dovuti tornare in fretta in cantina per riapprovvigionarsi di vino dopo un sabato da sold out. Tutta gente che non è alla prima esperienza del Mercato e che quindi sapeva quanto vino portare a Piacenza Expo sulla scorta delle passate edizioni. Questo vuol dire che l’afflusso e la disponibilità all’acquisto sono andati ampiamente oltre le aspettative. Un successo eclatante, soprattutto alla luce del fatto che quest’anno i vignaioli presenti erano tantissimi, più di ottocentocinquanta, distribuiti su tutti e tre i padiglioni della fiera piacentina, e dunque era lecito aspettarsi una certa diluizione dei visitatori e delle vendite. Macché, la rassegna della Fivi funziona più e meglio di qualunque altro evento del vino in Italia. In più, il clima che vi si respira è unico. Bel pubblico, bella collaborazione fra gli espositori, l’idea di una squadra.

La formula è rimasta immutata. Le postazioni dei vignaioli sono tutte uguali e la distribuzione è casuale, senza alcuna suddivisione per territorio, Io credo che questo sia il vero punto di forza del Mercato dei Vini. Capisco che ci sia chi si lamenta perché per fare incontri e acquisti sarebbe utile una logica regionale, ma questa opzione tradirebbe lo spirito che fa della Federazione italiana dei vignaioli indipendenti una splendida anomalia. Il messaggio è filosofico, culturale e politico: i vignaioli sono tutti uguali, non ci sono gerarchie. Se la Fivi tradisse questo modo di essere, verrebbe a cadere anche la sua battaglia che mira alla ridefinizione delle norme di rappresentatività nei consorzi di tutela: non avrebbe senso chiedere la formula “uno vale uno” se fosse la stessa Federazione a tradirla. Non solo. La decisione di continuare a non regionalizzare le presenze dei vignaioli al Mercato è certamente d’aiuto agli espositori più piccoli e meno noti, che possono beneficiare di riflesso della vicinanza al collega più famoso. Una specie di “mutuo soccorso” che deve rimanere inscritto nel patrimonio genetico della Fivi. Io stesso ho fatto delle interessanti scoperte assaggiando i vini dei “vicini di banco” degli espositori più conosciuti. Si tratta dunque di un’altra caratteristica che ha un forte contenuto ideale. Nel caso che tale idealità venisse meno, il Mercato diventerebbe una fiera qualunque, e dunque sarebbe sostanzialmente inutile allestirlo.

Detto questo, mi pare evidente che lo strabordante successo dell’undicesimo Mercato di Vini costringerà la Fivi e i suoi vertici a fare una profonda rifessione sulla rassegna. Due le domande che a mio avviso debbono ottenere risposta.

La prima è come fare in modo che l’esito enorme del Mercato si trasformi in un punto di forza contrattuale della Federazione nei confronti della politica e del mondo associativo e sindacale del settore del vino. Insomma, il Mercato serve alla Fivi per contare di più nelle relazioni politiche che intrattiene in nome e per conto dei vignaioli, oppure è una fatto prevalentemente mercantile che serve alle cantine aderenti a smaltire un po’ di vino in più a un pubblico qualificato? Se l’opzione è, come credo, la prima, a mio avviso è irrinunciabile che in futuro il Mercato diventi anche un momento di confronto sulle politiche italiane del vino. Credo che la Fivi abbia da dire molto sui vari temi sul tappeto, e che anzi lo debba fare, ma se non lo fa nel momento in cui i riflettori proiettano una luce quasi accente sui vignaioli, si perde un’occasione preziosissima. Tuttavia, perché quest’ipotesi si concretizzi occorre una più spiccata maturità istituzionale: l’aver invitato al Mercato il neo ministro di settore mediante un comunicato stampa, come ha fatto la Fivi prima della rassegna, è una mossa che ha un sapore simpaticamente dilettantesco, ma se questo sapore ve bene per la manifestazione, non si può dire che sia profittevole anche nei rapporti con le istituzioni.

La seconda domanda è se Piacenza Expo sia tuttora la soluzione adeguata a un avvenimento che ormai esprime una dimensione così ragguardevole. Gli spazi fieristici sono saturi, più di così il Mercato non può crescere, ma è evidente che il successo della manifestazione chiamerà altre adesioni alla Federazione, e dunque altre aspettative. La quantità di aziende presenti invita il pubblico e gli operatori a una presenza più ampia rispetto alla toccata e fuga giornaliera. Inoltre, io credo che sia venuto il momento di sollecitare i buyer esteri. Il problema è che Piacenza e i dintorni offrono poco in termini di ricettività. Una grande rassegna ha bisogno di una visita diluita su più giorni, ma una presenza dei visitatori che superi la giornata richiede stanze, posti letto, servizi, che Piacenza sembra far fatica a dare. Un bel dilemma, perché la Fivi, il Mercato e Piacenza Expo sono cresciuti insieme, hanno fatto investimenti insieme, e una separazione mi pare l’ultima delle ipotesi auspicabili.