Gabe Tenute, un nuovo fiore fra le Colline del Prosecco

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Qualche sera fa sono stato a presentare il mio nuovo libro da Gabe Tenute, cantina dal nome plurale che sta a Crevada, nel comune di San Pietro di Feletto, zona di produzione del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. L’invito mi è pervenuto tramite una persona che si è occupata per vario tempo di comunicazione libraria e che adesso comunica anche il vino. Questo è stato il primo presupposto per andare. L’altro è che l’azienda, sebbene nuovissima, non mi era del tutto sconosciuta, stante che la scorsa primavera avevo avuto modo di assaggiare il loro Valdobbiadene extra dry e mi era piaciuto, così come mi aveva colpito la grafica dell’etichetta, tant’è che mi ero ripromesso di approfondire alla prima occasione. L’occasione si era dunque presentata da sé.

La prima cosa che ho chiesto, arrivando in cantina, è il perché del nome. “Perché mi chiamo Gabriella Benedetta” ha risposto la titolare: Gabe è l’acronimo. Ha aggiunto che, pur essendo nata la cantina solo nel 2024, lei si occupa di vino praticamente da sempre. Quando mi ha detto che di cognome fa Vettoretti ho capito. Proviene da una dinastia che ha fatto la storia del vino di Valdobbiadene, e ha deciso di prendere una strada autonoma.

Le vigne sono sparpagliate. Gli ettari in tutto sono dodici, cinque intorno alla cantina, gli altri su quattro delle Rive del Valdobbiadenese e anche in quel cru benedetto da Dio che si chiama Cartizze, e non mi faccio remora ad affermare che si tratta, per me, di uno tra i più grandi cru che ci siano nel mondo. Mi piace che i suoi cru – le Rive e chiaramente il Cartizze – Gabriella (i conoscenti la chiamano con questo solo nome) abbia deciso di imbottigliarli separatamente, e insomma di valorizzarli. “Credo in un vino che sia racconto, identità, esperienza” mi dice. È un’ottima dichiarazione d’intenti. Sostiene poi che si debba arrivare a “una sintesti di radici e visione, di rispetto e sperimentazione”. Delle radici ho accennato: i piedi sono piantati nella storia dei vini di Valdobbiadene. La visione direi che si manifesta nella scelta imprenditoriale modernissima di affiancare ai vini aziendali anche una selezione di etichette italiane e straniere che sono state inserite nel catalogo Gabe Selezioni, rivolto al settore della ristorazione (ci sono, fra l’altro, dei nomi i cui vini apprezzo molto, come il Podere Conca di Castagneto Carducci e la Tenuta di Bibbiano a Castellina in Chianti). Il rispetto me l’ha dimostrato quando si è trattato di visitare le vigne, affidandomi a una sua carissima amica e collega, Marina Men, la quale è ottima camminatrice e produce con la sua piccola azienda agricola La Rupe un solo vino, un Valdobbiadene Brut Nature Sui Lieviti che è così sinceramente territoriale che penso di scrivere a breve. Lo spirito di sperimentazione, invece, direi che è dimostrato da un rosé molto gradevole, di cui scrivo qui sotto, insieme con le note relative agli altri vini. Li presento nell’ordine del mio personalissimo e soggettivo gradimento. Anticipo soltanto un dettaglio: tutti i nomi delle etichette (e ho già detto che la grafica è molto bella) sono riferiti a colori di terre e di spezie.

Valdobbiadene Superiore di Cartizze Brut Alabastro. In genere, la mia versione preferita dei Cartizze è quella dry. Mi piace insomma che il frutto di quell’angolo di terra felicissima venga esaltato da una presenza zuccherina che ne rimarca la grassezza e fa il vino cremoso. Gabriella il suo Cartizze ha scelto di farlo uscire come brut, perché secondo lei la frutta era già esibita. “Mi ricorda i chicchi d’uva, piccoli, che nascono a Cartizze” mi ha detto. Ammetto che si tratta di una riuscita interpretazione in brut. Mi hanno colpito, in particolare, la nitidezza dei profumi di rosa tea e il velluto del sorso. In fondo, l’arancia confit. Un vino che vorrei bere subito di nuovo. (95/100)

Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry Terra Merita Rive di Guia 2024. Questo è il vino che avevo già apprezzato in primavera, e il riassaggio mi ha confermato l’impressione. Profuma di mela renetta, di mandarino, di lime, di mentuccia e di nespola del Giappone. E poi c’è il sale, tanto, che tiene in equilibrio lo zucchero, e c’è croccantezza del frutto e saporosità. (93/100)

Valdobbiadene Prosecco Superiore Brut Rive di San Michele di Feletto Fior di Sale 2025. Il nome è Fior di Sale e meglio non si poteva scegliere per significare la sapidità espressa dal vigneto. Il vino è effettivamente salatissimo, lo si sente a toccare le labbra con la punta della lingua. Sa di buccia di limone, è rinfrescante. Si beve con una facilità disarmante. È il vino più venduto dell’azienda, e non me ne stupisco. (90/100)

Vino Spumante Rosato Brut Rosa Pastello. Gabe Tenute non fa il Prosecco Rosé. Ha scelto di fare uno spumante rosato con uve rosse vinificate in rosa, in un blend che credo sia pressoché inedito: ci sono il manzoni 13.0.25 (il cosiddetto “manzoni rosa”) e il raboso. Il risultato è un in colore rosa cipria e in un sorso che sa di confetto alla vaniglia e di caramellina inglese. Gabriella dice che lo propone d’estate con la frutta. Mi sembra una buona idea. (87/100)

Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Brut Rive di Guia Clorofilla 2025. Teso, quasi affilato, ha una vena inaspettata di erba medica e di mentuccia che fa pendant con il nome, e poi la pera abate. È un extra brut con quattro grammi di zucchero, che comunque non si avvertono minimamente. Insomma, dà l’idea di un vino asciutto. (87/100)

Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Dry Rive di Collalbrigo Costa Estate Indiana. Un dry molto sui generis, che copre la dolcezza dello zucchero con un carattere terroso e rugginoso. Profuma, poi, di frutti antichi, di nespole del bosco, di pere messe a maturare in solaio. Ha sale. (86/100)

Chiudo dicendo che ho assaggiato anche le vasche delle basi spumante di quest’ultima annata di caldo feroce, e che non vedo l’ora che i vini siano pronti, perché promettono piuttosto bene, e i caratteri dei singoli cru sono nettissimi. Potrebbe stupirci, quest’annata del 2026.