Vinitaly, l’impressione di un’Italia a due velocità

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Ieri ho ricevuto due segnali contrastanti da Vinitaly. Un architetto che stimo, impegnato nell’allestimento di uno spazio espositivo, mi ha detto di aver visto, nel padiglione in cui lavorava, vari stand prefiniti economici e semplici, pochissimi nuovi progetti e alcuni soppalchi eliminati. Invece io sono passato a dare un’occhiata agli allestimenti dei padiglioni 4 e 5, quelli in cui si concentrano le aziende e i consorzi di tutela di Verona e del Veneto, e ne ho tratta l’impressione esattamente opposta, ossia che le realtà consortili maggiori e i grandi gruppi vinicoli abbiano investito parecchio in nuovi layout, nuovi allestimenti, nuove maniere di proporsi, come non si vedeva da un bel po’ di anni.

Se queste due diverse percezioni trovassero conferma nei giorni di fiera, e cioè ad allestimenti conclusi e a incontri avviati, se ne potrebbe forse dedurre che alle arie di crisi che spirano sul mondo del vino da un po’ di tempo a questa parte ci siano modalità e forme di reazione differenti a seconda delle dimensioni aziendali e delle strutture consortili. Da parte di alcuni una sorta di rassegnazione, da parte di altri l’intento di superare le difficoltà congiunturali mettendo il piede sull’acceleratore della promozione.

Non so se questo possa corrispondere al vero, ma è l’interrogativo che vorrei cercare di sciogliere nei quattro giorni di Vinitaly.

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